Oggi voglio parlarti di un'espressione che sentiamo sempre più spesso: "comunità educante". È un'idea che smuove e ispira, ma che può anche generare un profondo senso di frustrazione.
Per me, non è un concetto astratto. È un viaggio iniziato a metà degli anni '80, quando ho cominciato la mia prima esperienza professionale e umana in un centro sociale per bambini e ragazzi nel centro storico di Genova. Da allora, ho cercato di dare forma concreta a quest'idea in un quartiere intero, anche grazie alla scoperta di uno strumento potente: i patti di collaborazione.
Ho capito che persino in un contesto complesso come il sestiere di Prè si può davvero costruire una comunità educante, a patto che metodi e obiettivi siano condivisi.
Negli ultimi tre anni, insieme a tante persone volenterose, abbiamo provato proprio a fare questo. Sono nati gli hub di quartiere diffusi con i loro Tutor di Comunità, il sogno di una casa di quartiere, e diverse azioni pedagogiche orientate nella stessa direzione.
Ma è sufficiente tutto ciò? La risposta onesta è: no.
E allora... è stato un fallimento dal punto di vista educativo?
"Fallimento" è una parola impegnativa, da maneggiare con cura, soprattutto in pedagogia. Eppure, ho imparato sulla mia pelle una cosa: si comincia a parlare seriamente di comunità educante non solo quando le cose vanno bene, ma soprattutto quando le difficoltà ci mettono in crisi. È lì, nel momento della fatica, che nasce l'azione autentica, quella che poggia con forza i piedi per terra.
L'articolo che ho preso come spunto per questa puntata, l’ho letto sulla preziosa rivista Animazione Sociale ed è a cura di Pier Paolo Inserra e centra perfettamente il problema riguardo il possibile equivoco che può nascere.
"Comunità Educante" è una calamita per le buone intenzioni. La sua forza è che evoca un ideale che forse anche tu condividi: l'idea che per far crescere un bambino ci voglia un intero villaggio. La sua debolezza? È che è così facile essere d'accordo sull'ideale, che si pensa basti nominarla per farla esistere, per creare una cooperazione automatica e senza problemi.
Non è così.
La verità è che ognuno di noi ha in testa una sua idea di "comunità educante". O, per andare agli estremi, si pensa che i problemi di una comunità, della sua sicurezza, del suo decoro, del suo tempo libero non abbiano a che fare con il sostantivo o aggettivo “Educante”.
Il concetto di "comunità educante" è spesso circondato da una certa confusione, che può essere analizzata in base a quattro fattori chiave.
Il primo fattore che contribuisce a questa complessità è la nostra visione del mondo: ognuno di noi, che sia un genitore, un insegnante o un politico o qualsiasi altra professione, interpreta questa idea attraverso la propria lente, la propria storia e i propri valori, portando a una varietà di significati differenti.
Il secondo aspetto che genera incertezza sono le regole non scritte del luogo in cui viviamo. Ciò che significa "comunità" a Prè è diverso da ciò che si intende in un piccolo paese o in un qualsiasi quartiere, perché la cultura locale condiziona profondamente l'interpretazione.
Il terzo punto da considerare sono i nostri obiettivi: c'è chi cerca una collaborazione per avere più risorse, chi per risolvere un'emergenza e chi per costruire un progetto a lungo termine, attribuendo un senso diverso a seconda dei propri bisogni.
Infine, il quarto fattore, che ritengo molto importante, riguarda le storie che ci raccontiamo. Le narrazioni e le immagini su cosa sia una comunità "che funziona" influenzano le nostre aspettative e possono condizionare il nostro agire. Non basta pensare in positivo per risolvere i problemi, ma è certo che pensare in negativo avvelena la crescita della comunità, annullando completamente la possibilità che sia educante.
Quindi, non è un problema di trovare la definizione giusta sul dizionario.
Il punto non è uniformare le idee, ma creare uno spazio per metterle sul tavolo per capirci e costruire un progetto educativo condiviso, anche se partiamo da punti di vista diversi.
Altrimenti, l'unica cosa che generiamo sono aspettative ambigue e frustrazione.
Essere consapevoli della complessità del concetto di "comunità educante" non è un semplice esercizio intellettuale, ma il primo passo concreto per affrontare i problemi che incontriamo ogni giorno e che, come è evidenziato nell’articolo, dovremmo guardare in faccia con onestà.
Tra gli ostacoli più comuni ci sono quelli culturali: viviamo in una società che premia l'individualismo, dove il senso di comunità non è affatto scontato, e dove preferiamo soluzioni facili piuttosto che abbracciare la natura caotica dei problemi umani.
Spesso, inoltre, non riusciamo a valorizzare la dimensione multiculturale come una risorsa preziosa. Le diverse esperienze e prospettive che portano le persone di culture differenti potrebbero arricchire enormemente il nostro tessuto sociale e aiutarci a trovare soluzioni innovative, ma purtroppo la loro integrazione non è ancora pienamente supportata, e questo ci priva di un'opportunità di crescita collettiva.
Troviamo poi gli ostacoli istituzionali, legati a una burocrazia rigida e a procedure infinite che fanno sentire chiunque come se stesse combattendo contro i mulini a vento; le istituzioni faticano a essere flessibili e, anche in presenza di fondi, spesso manca un investimento reale e costante per sostenere le reti.
Anche noi operatori sociali e educativi, però, incontriamo ostacoli organizzativi come la mancanza di ruoli chiari, sistemi di comunicazione efficaci e, soprattutto, la sottovalutazione delle "meta-competenze" necessarie per gestire i conflitti e lavorare bene in gruppo.
Riconoscere questi ostacoli significa iniziare con il piede giusto. Di fronte a queste sfide, la domanda sorge spontanea: ci arrendiamo?
L’autore dell’articolo ci invita a diventare dei “tessitori di relazioni”. Proprio come un tessitore paziente prende fili diversi e li intreccia per creare una trama solida, così anche noi possiamo agire nella nostra comunità.
In pratica, questo significa creare spazi di ascolto e dialogo, che siano incontri formali o semplicemente un caffè informale, dove le persone possano sentirsi libere di parlare, e promuovere la conoscenza reciproca, ad esempio facendo incontrare genitori, associazioni e istituzioni.
È fondamentale anche facilitare la co-progettazione, evitando di arrivare con soluzioni già pronte, ma costruendo invece obiettivi e azioni insieme, per avere una visione e un linguaggio condivisi. Nel fare tutto questo, però, è importante essere consapevoli di alcune insidie che possono minare i nostri sforzi.
È facile cadere nell’idealismo, pensando che una comunità sia un’isola felice e ignorando i conflitti o le dinamiche di potere. Dobbiamo fare attenzione anche al rischio del controllo sociale, ovvero usare l’idea di comunità per imporre una visione unica che esclude chi la pensa in modo diverso.
Infine, la trappola più grande è trasformare la partecipazione in una recita, dove le decisioni sono già state prese, svuotando di significato ogni sforzo e generando un senso di profonda disillusione.
Torniamo alla domanda iniziale: dopo anni di lavoro a Prè, si è fallito?
Se si pensava di trovare una soluzione facile che avrebbe magicamente sistemato tutto, probabilmente sì. Ma se l'obiettivo era iniziare a tessere relazioni, a creare spazi di dialogo e a diventare consapevoli degli ostacoli e dei rischi, allora no. Non si è fallito. Si è esattamente nel cuore del processo.
Una comunità è davvero "educante" non quando è perfetta, ma quando è consapevole di questi rischi e lotta ogni giorno per non caderci dentro. Quando accetta la fatica e la complessità come parte integrante del proprio lavoro.
Il lavoro sulla comunità educante non è un'utopia buonista, ma l'atto più realista e coraggioso che possiamo fare. È scegliere di restare e agire, anche quando il disegno finale non è ancora chiaro. È la forza di iniziare a costruire, un passo dopo l'altro, il cambiamento che serve.