Oggi ti racconto dell'intervento che ho fatto al seminario del 12 giugno, dal titolo "Immaginare una casa di quartiere – Comunità e Rigenerazione Urbana: ex Scuola di San Giuseppe di Prè”, che si trova nel centro storico di Genova.

Quello che voglio sottolineare non è tanto il contenuto in sé, quanto qualcosa che non mi aspettavo: dagli interventi delle istituzioni all'università, dalle associazioni agli abitanti, sembrava ci fossimo messi d'accordo — nelle parole e nei contenuti — senza esserlo davvero.

Si è creata una condivisione che da tempo non percepivo, e non te lo nascondo: ne sono rimasto colpito e felice, dopo anni in cui si parla del sogno di una casa di quartiere a Prè, negli spazi della scuola ora chiusa.

È stata una giornata densa, con interventi di grande qualità, e diversi relatori hanno osservato che la rete che si sta costruendo rappresenta qualcosa di raro nel panorama nazionale.

Detto questo, non voglio nascondermi: i problemi del centro storico — per chi ci vive e ci lavora — sono enormi, e sono stati nominati anche durante il seminario. È proprio per questo che mi auguro, e credo ce lo auguriamo tutti, che il sogno e l'immaginazione prendano gambe e trovino finalmente forma concreta.

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Voglio condividere con te come siamo arrivati a immaginare una Casa di Quartiere in un territorio come quello di Prè, nel centro storico di Genova.

È un obiettivo molto ambizioso.

Ma penso che sognare sia qualcosa di fondamentale,  non solo nel lavoro educativo,  perché crea le prime condizioni affinché qualcosa si possa realizzare.

Ma come è nato questo sogno?

La storia della Casa di San Giuseppe è una storia lunga. È sempre stata — con la sua scuola elementare e con le suore Filippine — un punto di riferimento importante per via Prè e tutto il quartiere. Poi la scuola ha chiuso. Ma nel vissuto di chi abita il centro storico, quella scuola è sempre rimasta presente nella memoria e nell’immaginazione delle persone.

Nel 2019 arriva una prima tappa importante. Grazie a una formazione offerta dal Comune di Genova, si riaccende qualcosa e si comincia ad andare verso una direzione precisa.

Il Comune di Genova, con fondi europei, interviene sulla riqualificazione di alcune zone del centro storico. Un progetto che — usando una metafora presa dal mondo informatico — si divide in due tipi di intervento: uno hardware e uno software.

Da una parte gli interventi hardware cioè sugli spazi fisici: i luoghi rimessi a nuovo, in particolare le piazze. Dall’altra quelli software cioè le azioni sociali, educative e culturali per rendere quei luoghi vivi e vissuti dagli abitanti.

Questo lavoro viene accompagnato da una formazione su uno strumento specifico: il “patto di collaborazione”, cioè accordi formali tra il Comune e i cittadini — singoli, associazioni, commercianti — per prendersi cura insieme di uno spazio o di un progetto. Non carta fine a se stessa, ma legami concreti tra persone e istituzioni.

Questo permette non solo di lavorare insieme in modo reale, ma anche di imparare ad ascoltare quello che viene dal basso, dalla gente.

Hanno così inizio una serie di attività e incontri. Si comincia a seminare, a unire i puntini per costruire un’idea comune.

Nel 2021 viene firmato insieme al Comune di Genova un primo patto chiamato “Educazione e Cura tra le Generazioni per uno Sviluppo di Comunità”, al quale aderiscono istituzioni, aziende, organizzazioni che lavorano per il bene della comunità, associazioni e singoli abitanti.

Nessuno avrebbe pensato che proprio il tema del digitale sarebbe tornato con forza — e con drammaticità — durante la pandemia.

Tutto il lavoro fatto in presenza, nelle piazze, nei pomeriggi tardi per permettere la partecipazione di tutti — a volte andando oltre le 23:00 — si interrompe con il lockdown. Tutto si blocca.

Una situazione che nessuno si aspettava e per la quale nessuno era pronto. La pandemia non è stata uguale per tutti. Ci sono stati grandi dimenticati — i ragazzi, e soprattutto i bambini.

Si dice che in quel periodo si sia imparato più sul digitale che nei vent’anni precedenti. Ed è proprio allora che approfondisco un modello pedagogico importante: quello delle Tecnologie di Comunità che, se usato con senso, può aiutare le persone a stare insieme — non a isolarsi. Può essere uno strumento per costruire relazioni, non per sostituirle.

L’obiettivo era, e rimane, fare progetti che costruiscano comunità. Un luogo dove tutti — adulti, anziani, bambini, chi arriva da lontano — imparino qualcosa gli uni dagli altri. Con altre parole costruiscono una Comunità Educante.

Nel 2023, su stimolo del Comune di Genova, si avvia un percorso più ampio che abbraccia tutti e tre i quartieri del centro storico. Il centro storico di Genova è diviso in tre parti storiche, chiamati Sestieri — come fossero tre quartieri in uno. Questo percorso è legato in particolare all’esperienza dei Giardini Luzzati, uno spazio nel centro storico che da anni è gestito insieme da cittadini e associazioni.

Prè è uno di questi tre Sestieri. Lo attraversano due vie principali: Via del Campo e Via Prè.

In questa zona ci sono associazioni attive, abitanti che si battono per il loro territorio, molte persone straniere che vivono qui stabilmente da anni, altri di passaggio, una zona ricca di storia e di interesse turistico. E anche, in alcuni punti, situazioni difficili che tutti conoscono.

Nonostante le difficoltà, c’è una capacità di resistere e andare avanti che non è scontata. Nel quartiere ci sono almeno quattro associazioni che rappresentano gli abitanti. E non va dimenticato chi non è rappresentato da nessuna associazione, ma che ha ugualmente diritto ad avere voce.

Da incontri, assemblee, ore di dialogo è emersa un’idea comune: costruire dei punti di riferimento condivisi in luoghi strategici del quartiere. Spazi aperti a tutti — non di proprietà di qualcuno — per incontrarsi, fare cose insieme, ospitare eventi e laboratori, avvicinarsi gli uni agli altri. Per rendere più vivibile il quartiere e il centro storico.

Questi spazi, chiamati Hub di Quartiere, sono distribuiti in punti diversi del sestiere. Ma rimane importante, per posizione, storia e per quello che rappresenta, l’ex Scuola San Giuseppe delle Suore Filippine, collocata in un punto critico ma altrettanto strategico tra Via Prè e Via del Campo.

È un edificio molto grande, con due ingressi — uno da via Prè e uno da via Gramsci. Accanto ad esso, il Comune di Genova ha già investito per recuperare due edifici in stato di abbandono. Un luogo che ha bisogno di importanti lavori di ristrutturazione, ma soprattutto di una visione condivisa, capace di mettere insieme competenze, esperienze e sensibilità diverse.

Nel 2021–22 viene presentato un primo progetto a una fondazione importante che sostiene iniziative sociali e culturali sul territorio. La risposta è positiva — un primo passo, ma non ancora sufficiente.

Il progetto è stato condiviso da molti: lo dimostrano le lettere di sostegno arrivate dal Comune di Genova, dall’Università, dalla Caritas, da tantissime associazioni, fino ai singoli abitanti. Perché questo progetto non è di qualcuno in particolare. È di un intero quartiere.

Oggi l’Università, insieme alla Fondazione Auxilium e alla cooperativa Il Melograno, ha deciso di sostenere questo percorso verso una Casa di Quartiere, coinvolgendo in particolare la Scuola Umanistica, con cui esiste una collaborazione attiva da diversi anni.

Il seminario del 12 giugno non ha segnato una conclusione. Ha aperto una nuova stagione di lavoro e di immaginazione collettiva. Un’occasione per progettare insieme qualcosa che sappia valorizzare tutto quello che è già stato costruito in questi anni, e rilanciare il patrimonio di relazioni, esperienze e cultura che anima questo territorio.

E proprio sull'immaginazione voglio fermarmi un momento, prima di chiudere.

Penso che immaginare sia qualcosa di fondamentale — non solo nel lavoro educativo. Immaginare crea le prime condizioni affinché qualcosa si possa realizzare. Non è un esercizio astratto. È il primo passo concreto.

Quando un quartiere, le sue associazioni, i suoi abitanti, le istituzioni e l'università si siedono attorno a un tavolo e cominciano a immaginare insieme, qualcosa si mette già in moto. Qualcosa che prima non c'era.

È quello che è successo il 12 giugno. E quello che ci auguriamo continui a succedere.

Vi lascio con una frase. È il titolo di una poesia di Danilo Dolci, un poeta ed educatore siciliano che ha dedicato la sua vita alle persone più fragili e dimenticate.

“Ciascuno cresce solo se sognato.”

Io penso che si possa sognare anche il bene comune. Se sogniamo tutti insieme, la possibilità che la Casa di Quartiere San Giuseppe diventi realtà si farà decisamente più concreta.