Prova a fare questo esercizio con me. Immagina un gruppo di ragazze e ragazzi che lavora a uno spettacolo teatrale intitolato "Il mio luogo di pace". Lo spettacolo fa parte della rassegna del festival di danza africana Noo Ko Bok, nel sestiere di Prè, a Genova. Sul palco ci sono corpi in movimento, voci che cercano le parole giuste per nominare qualcosa di intimo: il proprio spazio sicuro, il posto dove si è se stessi senza doversi giustificare davanti a nessuno.

Ora, mentre questa scena è ancora davanti ai tuoi occhi, prendi lo smartphone e apri i commenti sotto il post che documenta l'evento.

Ci sono commenti belli. Persone che ringraziano, che dicono che finalmente il quartiere viene raccontato così, che esprimono gioia per quello che hanno visto. Ma ci sono anche frasi come "le scimmie vi vanno bene", "perché ne abbiamo poca di Africa", "mi piace l'odore di urina al mattino". Tutto questo in risposta a un festival di danza e a un'attività teatrale con delle ragazze e dei ragazzi.

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Oggi voglio ragionare su quello scarto. Non per fare un monologo di sdegno che lascia il tempo che trova. Ma per capire cosa ci dice, pedagogicamente, questa distanza tra quello che è successo in scena e quello che è successo online. Prima di parlare dei commenti, voglio che tu conosca meglio questo festival.

Perché capire da dove viene ti cambia la prospettiva su tutto il resto.

Noo Ko Bok in Wolof, la lingua del Senegal, significa "stiamo insieme". Non è uno slogan scelto per fare marketing: è il cuore di un progetto che porta la firma di Mame Ale Niang, senegalese, ideatore e direttore artistico del festival. Mame Ale vive a Genova, conosce il sestiere di Prè dall'interno, fa parte della comunità senegalese che in quel quartiere ha messo radici. E il festival nasce da una motivazione che lui stesso ha espresso con parole semplici e precise: vuole restituire con gratitudine quello che l'Italia gli ha dato. Non è retorica. È una scelta consapevole di gettare semi per una convivenza comune, a partire dalla danza, a partire dai corpi, a partire da uno spazio urbano che molti raccontano solo attraverso le sue difficoltà.

Questa cosa mi sembra importante dirla perché cambia completamente la lettura di quello che è successo nei commenti. Non stiamo parlando di un evento calato dall'alto da un'amministrazione politicamente orientata. Stiamo parlando di un uomo che ha costruito qualcosa per il quartiere in cui vive, che ha invitato artisti dal Mali, dal Senegal, dalla Costa d'Avorio, dalla Guinea, e che ha aperto quelle strade a chiunque volesse entrare.

E allora arrivo al punto pedagogico che mi sta più a cuore. Il festival Noo Ko Bok non è un evento collaterale, non è un'iniziativa carina da mettere in cartellone per dimostrare che la città è aperta. È uno strumento pedagogico nel senso più pieno del termine.

L'arte — la danza, il teatro, la musica — è uno dei pochi dispositivi che ci permette davvero di incontrare l'altro da me. Non di tollerarlo, non di accettarlo in astratto: di riconoscerlo. Di vederlo muoversi, esprimersi, raccontarsi. E in quel riconoscimento succede qualcosa che nessuna lezione frontale può fare.

Un quartiere come Prè, con la sua densità di storie, di lingue, di provenienze, è lui stesso uno strumento pedagogico. Ma funziona solo se lo si abita con questa consapevolezza. Tagliare con l'accetta tra attività culturale e attività educativa, tra quello che si fa in un festival e quello che si fa in un percorso formativo, è un errore che pesa. Perché uno sviluppo di comunità che non tiene insieme questi aspetti non è sviluppo di comunità: è gestione dell'esistente, al massimo.

Torniamo ai commenti. Ho guardato con attenzione quel flusso. Una cinquantina in tutto. Quasi uno su tre era esplicitamente razzista o xenofobo. Non sarcasmo sottile, non critica politica: attacchi diretti, insulti, criminalizzazione di un'intera comunità.

C'è un dettaglio che vale la pena sottolineare. Guardando i profili di chi ha scritto quelle cose, si tratta quasi sempre di adulti. Non di adolescenti che sperimentano i confini del linguaggio online. Adulti, con una storia, probabilmente una famiglia. Questo ci dice che il problema non è generazionale, non si risolve aspettando che crescano le nuove generazioni. Attraversa tutte le età e riguarda il modo in cui abbiamo, o non abbiamo, imparato a stare insieme nello spazio pubblico.

Il restante 70% nella maggior parte dei casi non parlava nemmeno del festival. Era una guerra per procura: chi usava il raduno degli Alpini come scudo identitario, chi chiedeva quanto era costata l'iniziativa, chi reclamava festival sulle tradizioni locali. Meno del 15% di tutta quella discussione riguardava davvero quello che era accaduto. Il post era diventato un'arma impropria per combattere battaglie che non avevano nulla a che fare con ragazze e ragazzi che cercavano il loro luogo di pace.

Per capire cosa succede in questi spazi mi è stato utile un libro di Stefano Pasta che si intitola Razzismi 2.0. Il plurale nel titolo è già una presa di posizione: non stiamo parlando di un fenomeno unico, ma di una costellazione di comportamenti con logiche diverse. Pasta descrive con precisione cosa rende la rete così permeabile all'odio: la velocità, l'assenza del volto dell'altro, la deresponsabilizzazione.

Scrivere un insulto è molto diverso dal dirlo guardando qualcuno negli occhi, perché negli occhi vedresti la risposta emotiva, e quella risposta ti costringe a fare i conti con quello che stai facendo. Online quella risposta non c'è. E allora ci si nasconde dietro il sarcasmo, l'ironia, il "stavo solo scherzando". Quella rivendicazione è la vernice che normalizza l'odio, pian piano, commento dopo commento.

E poi c'è l'analfabetismo emotivo e funzionale: di fronte a un mondo complesso, molte persone non hanno gli strumenti per starci dentro e cercano la scorciatoia del pensiero binario. Festival africano uguale invasione. Stranieri che ballano uguale degrado. Quella semplificazione ha radici in una formazione che non ha mai allenato la capacità di stare dentro la complessità.

C'è una cosa che voglio dirti prima di chiudere. Quei commenti non sono sfoghi virtuali. Quello che accade online ha effetti reali sulla vita delle persone. Quando una ragazza o un ragazzo che ha lavorato allo spettacolo, o un loro familiare, legge che la propria cultura viene associata all'urina o alle scimmie, quella ferita non è metaforica. Costruisce un muro. Restringe lo spazio di chi già fatica a sentirsi accolto.

Non possiamo fare educazione su un piano fingendo che l'altro non esista.

La vecchia media education insegnava a leggere criticamente i messaggi, a non farsi manipolare. Era necessaria. Ma oggi nell’era del digitale e dell’onlife non basta, perché ogni persona con uno smartphone in tasca è diventata anche produttrice di contenuti. Bisogna educare anche il produttore: costruire una responsabilità reale verso quello che si scrive e si amplifica. Ogni commento è un mattone che lasci nell'ambiente comune. E l'ambiente comune riguarda tutti:  anche Mame Ale, anche chi in quel quartiere ha scelto di gettare semi invece di alzare muri.

"Stiamo insieme." Lo dice il nome del festival, in Wolof. È un programma educativo prima ancora che artistico. E vale tanto in una piazza quanto in una sezione di commenti all’interno di un social.