Oggi riflettiamo su cosa significhi davvero fare comunità in un contesto complesso. Significa forse solo fornire un servizio, o è un atto molto più profondo? Parleremo di come un'istituzione ultra-novantenne riesca ancora a leggere i bisogni reali del territorio, e di cosa voglia dire passare da un'idea di beneficenza a un vero progetto di comunità educante. E soprattutto, affronteremo la sfida di non ignorare le fragilità estreme, per capire come l'ascolto e la cura possano essere gli unici strumenti per costruire insieme un futuro. In questa chiacchierata pedagogica incontriamo Emanuele Barisone, Direttore di Fondazione Auxilium.
Claudio: Buongiorno Emanuele e benvenuto a connessioni educanti.
Emanuele: Grazie Claudio, grazie per l'opportunità.
Claudio: Tu sei direttore di Fondazione Auxilium da quanto tempo esattamente?
Emanuele: Da maggio 2024, dal 15 maggio 2024 sono ufficialmente direttore della fondazione, quindi adesso che stiamo parlando quasi un anno e mezzo.
Claudio: E questo tuo ruolo in cosa consiste?
Emanuele: È difficile definire il mio ruolo, nel senso che quello del direttore non è solo una rappresentanza, ma è anche un ruolo di coordinamento e credo anche, almeno per come me lo sto costruendo un po' io, quel ruolo di tracciare nuove vie, aprire nuove strade. Devo anche dire che, per quanto il direttore sia una figura singola, io non sono capace a lavorare da solo. Non sono un tipo da scalate solitarie, ma da cordate, e quindi provo a rendere sempre le mie idee o le progettualità che magari inizio a costruire sempre un patrimonio della fondazione insieme ai dipendenti e a tutta la rete che ruota intorno alla Fondazione Auxilium: la Cooperativa Il Melograno, la Cooperativa Emmaus, la Caritas Diocesana di Genova e l'Arcidiocesi di conseguenza. Credo nel lavoro di squadra e nel camminare insieme, non nell'unica persona a capo di un qualcosa che decide e procede autonomamente. Questo mi viene anche da un retroterra educativo: dalla mia professione di educatore che fa del lavoro d'équipe forse la sua forza principale.
Claudio: Senti Emanuele, puoi brevemente spiegare cos'è Fondazione Auxilium per chi ci ascolta?
Emanuele: Fondazione Auxilium è probabilmente una delle fondazioni più storiche di Genova legate al sociale. Le Origini (1931): Nasce nel 1931 per volontà di Siri che, allora sacerdote, aveva immaginato qualcosa per rispondere alle necessità delle famiglie della comunità genovese che in quel momento soffriva gli strascichi del primo dopoguerra, ma soprattutto della crisi del '29. Nasce dando piatti di minestra fondamentalmente. Quella capacità che ha avuto l'allora sacerdote Siri è stata di leggere i bisogni che la comunità genovese portava in quel momento. Credo che questa sia stata la forza, ed è la forza, deve essere la forza, secondo me, della fondazione anche tutt'oggi. Sviluppo nel Tempo: Negli anni del boom economico, Fondazione Auxilium si è fatta promotrice della costruzione di condomini per le famiglie che arrivavano a Genova per lavorare, per la crescente forza lavoro (ad esempio, l'hotel che è di fronte alla caserma dei Vigili del Fuoco, in zona San Benigno, è stato costruito da Auxilium). E un lavoro in rete con la pubblica amministrazione e i servizi che ha messo in campo. Don Piero Tubino e la Svolta: Poi, naturalmente, tutti ricordano Don Piero Tubino. Fondazione Auxilium dal 1931 a oggi ha avuto 5 direttori, io sono il quinto, Don Piero Tubino è stato il secondo. È stato direttore da fine anni '60 fino al '97, e dal '71 poi, negli anni successivi, di Caritas e di quella che poi è nata a Genova come Auxilium Caritas, era l'unico direttore. Don Piero in quegli anni è stato veramente un visionario, nel senso positivo del termine: ha sognato e soprattutto ha avuto la capacità di mettere in pratica quei sogni. Il Monastero, Luogo di Comunità: Don Piero, a inizio anni Ottanta, ha acquistato con la Diocesi quella che adesso è la sede di Fondazione Auxilium, l'ex monastero dei Santi Giacomo e Filippo, non per farne un luogo di servizio, ma per farne un luogo di comunità. Non solo si incontravano nella loro quotidianità le persone senza dimora, si mangiava con loro, si erano aperte le prime comunità alloggio, ma c'era la parte dedicata alla vita di comunità: la comunità degli obiettori di coscienza, le famiglie che vivevano nel monastero. Don Piero è stato un precursore di quello che adesso negli ultimi anni è diventato il centro del lavoro educativo: il fare comunità.
Claudio: Volevo farti una domanda in tal senso: come ben sai, in questo momento parlare di progetto di comunità è l'argomento principale anche metodologico. Secondo te quali sono le caratteristiche base perché si possa iniziare a parlare di un progetto di comunità?
Emanuele: Dal mio punto di vista, credo che la prima sia la capacità di mettersi in ascolto del territorio e della comunità. Può sembrare banale, ma per i tempi in cui viviamo, dove c'è la richiesta di una produttività spasmodica, credo che per far partire un progetto di comunità la prima cosa da fare sia ascoltare le persone che vivono quella comunità nella quotidianità, dai diversi punti di vista.
Claudio: Penso che anche il linguaggio sia importante, perché c'è il rischio degli addetti ai lavori si parli ”l’educhese” come diciamo noi cioè che, tra gli addetti ai lavori, ci capiamo, ma effettivamente il rischio è di rimanere parola vuota nel momento in cui hai a che fare con un tessuto sociale variegato.
Emanuele: Sì, credo sia giusto costruire un ascolto basato sulla relazione cercando di mettersi al pari, ma perché il rischio è quello di parlare con una serie di terminologie legate al nostro lavoro che però poi nella pratica e nella quotidianità di una persona che invece vive in uno spazio risultino parole vuote o prive di quel significato che invece noi gli attribuiamo.
Claudio: So che stai partecipando come Fondazione Auxilium al progetto di comunità del Centro Storico, in particolare sul territorio del Sestiere di Prè. Cosa ne pensi?
Emanuele: Credo che il lavoro di comunità fatto nel Sestiere di Prè sia stato veramente il lavoro che io immagino come lavoro di comunità. Si è fatto un gran lavoro di ascolto del territorio, stare nel territorio. Io non ho mai visto così tanti educatori come nel periodo in cui io lavoravo direttamente sul campo, che stavano con le persone, che conoscevano i negozianti, a prescindere dalla condizione sociale o dalla provenienza geografica. Ricordo che le prime battute di questo progetto le abbiamo svolte d'estate, il lunedì sera, in Piazza delle Marinelle, a parlare con gli abitanti e i negozianti cercando di capire che cosa si potesse fare, ma insieme, non calando noi un progetto.
Claudio: credo che si sia seminato molto in quel periodo. Un po', perché poi quando si allarga la rete si allargano i punti di vista, c'è il rischio di perdere alcune specificità. Tu prima parlavi di una forte presenza multiculturale... sono anche un po' critico, nel senso che quello che continuo a dire è: dobbiamo fare di più per coinvolgere dal punto di vista culturale, culture diverse. A volte, pur ascoltando, rischiamo comunque di non essere sufficientemente inclusivi, rischiamo di creare un gruppo che si piace, ma che in qualche modo esclude persone che, anche per lavoro, magari lavorano tutto il giorno, arrivano la sera stanche. La realtà dei migranti nel centro storico è anche questo. Ci abbiamo provato col Festival della Danza Africana. Bisogna trovare un modo.
Emanuele: Secondo me l'esempio del Festival è proprio il centro. Forse in passato abbiamo tutti sbagliato nel proporci alle comunità di persone senegalesi o bengalesi, non tanto proponendoci dicendo "siamo qua, diteci cosa", ma sempre a dirgli "organizziamo insieme il Ramadan, facciamo questo". Ma nessuno ce l'ha mai chiesto. Forse non abbiamo mai ascoltato fino in fondo quali erano magari anche le loro metodologie per costruire comunità. Bisognerebbe trovare un percorso e secondo me può anche essere quello, cioè che loro ci invitino. Non per forza dobbiamo noi sempre dire "ma organizziamo il Ramadan", lo organizzano loro perché sta anche nella loro quotidianità, nella loro cultura. E forse è anche bello che poi loro ci invitino.
Claudio: I problemi non è che non ci sono nel Sestiere di Prè, soprattutto in quest'ultimo anno c'è il problema delle dipendenze da sostanze, in particolare il crack, con situazioni veramente drammatiche. Ci si sente impotenti, ci si mette in discussione. Però so che c'è stato il gruppo Mediazione Sociale che ha tentato di dare delle risposte. Tu cosa ricordi di questo lavoro e cosa pensi che sia attuale?
Emanuele: Ho seguito come educatore della Cooperativa Il Melograno il lavoro del gruppo di mediazione sociale e credo che sia attualissimo, forse ancora più oggi. Il tema dell'uso di sostanze psicoattive è un tema che esiste da sempre, con dei picchi, e quest'anno c'è stata una crescita esponenziale del consumo nella zona del sestiere di Prè.
Claudio: Capisco che per un abitante che vive quello spazio giorno e notte, che deve tornare a casa la sera e si trova una situazione veramente di fragilità estrema e di dolore a volte insostenibile, è difficile. Io penso che almeno quelli con cui siamo in contatto, la maggioranza, siano eroici perché riescono a mantenere lucidità e non essere discriminanti. È veramente un fenomeno che bisogna affrontare e secondo me abbiamo tutte le capacità e competenze per affrontarlo in un nuovo modo.
Claudio: A Genova è venuta l'esperienza del Portogallo.
Emanuele: Esatto, nell'estate del 2023 col gruppo di mediazione sociale avevamo iniziato un percorso che si era sviluppato in più modi. Avevamo fatto due proiezioni di film che parlavano della città che cura e poi avevamo realizzato questo incontro aperto al pubblico con educatori e operatori sociali che venivano da Lisbona, da quartieri molto simili al centro storico genovese. Loro portavano un po' la loro esperienza con quelli che in Italia chiamiamo, quando va bene, stanze del consumo, ma che in realtà lì sono servizi integrati. Innanzitutto, c'è un'équipe medica, quindi è un luogo protetto ma è un luogo anche dove chiunque può andarci. Chi fa uso di sostanze può lì ricevere una serie di servizi ma lì a fianco c'è un'équipe medica che ti assiste. In realtà non è un servizio solo alle persone che vivono un'esperienza di dipendenza, ma sono luoghi dove, essendo presidi sanitari, il signore dei 70 anni che deve fare gli esami del sangue scende ed entra nel servizio a farli. Questo sicuramente crea un modo differente di vivere una situazione. Bisogna intervenire sul fatto che intanto sono persone che portano anche loro un'esperienza che bisogna affrontare attraverso una relazione d'aiuto, poi facendolo in maniera sinergica, unendo veramente le competenze di tutti: la parte sanitaria, la parte sociale, ma anche la parte più delle forze dell'ordine, non intesa in maniera sicuritaria ma come veramente un lavorare di squadra stando vicino alle persone, riconoscendole come persone e non come la situazione che loro portano. Era un po' quello che diceva Basaglia: riuscire a separare la questione di avere un problema psichiatrico dalla persona. La persona non è il suo problema.
Claudio: È stato sperimentato anche l'uso del teatro all'interno del progetto di comunità, con una sperimentazione molto interessante insieme all'Università di Genova e il Teatro dell'Ortica.
Emanuele: Credo che il teatro sia come dicevi tu veramente uno strumento che fa la differenza, perché intanto perché da educatore ho vissuto quel momento di teatro sociale, quel laboratorio che Fondazione Auxilium e Cooperativa Melograno fanno insieme al Teatro dell'Ortica. È stata un'esperienza di apertura di uno spazio agli studenti, alle nostre mamme o alle donne che vivono l'accoglienza nei nostri servizi. È un modo anche per permettere alle persone da una parte di esprimersi diversamente dall'altra anche di abbattere le barriere comunicative. In quel momento si è tutti in maniera orizzontale, allo stesso piano. La chiave poi del teatro interpretato e vissuto nel modo in cui l'abbiamo vissuto noi è quello che diceva Anna Solaro all'inizio di ogni lezione: “fare come potevamo, come ci sentivamo, secondo le nostre capacità senza alcun giudizio”. Ci lasciava la libertà di dire "guarda oggi mi siedo e non faccio niente", creando un clima di fiducia e non giudicante. Io voglio cercare di rendere lo strumento del teatro sempre più parte delle nostre possibilità. Ad esempio, abbiamo ospitato quest'estate al Monastero il campus teatrale del Teatro Garage per un mese. I bambini e ragazzini hanno vissuto il Monastero e ho scoperto che le persone, ad esempio, del servizio H24 per le persone senza dimora erano contenti di avere questo fermento. Da lì poi è nata la possibilità di fare un primo laboratorio di teatro nel mese di settembre.
Claudio: Si parla sempre più spesso di comunità educante, che è un termine che mette tutti d'accordo, ma può anche diventare un po' uno specchietto per le allodole. A te cosa suggerisce il termine comunità educante?
Emanuele: Innanzitutto, comunità educante è un qualcosa che a me risuona complesso. E lo è. Cioè la comunità deve essere complessa, non può essere semplice. Ci siamo abituati a cercare di semplificare tutto e di allontanare tutto ciò che può essere causa di complicazione. Ma la complicazione fa parte della nostra vita e dell'essere umano. E credo che comunità educante per me risuoni complessità, ma poi soprattutto risuona in tutto questo cura.
Claudio: Il legame con la cura. L'Auxilium da sempre si è occupata delle povertà estreme. Secondo te ha cittadinanza la povertà estrema in un concetto di comunità educante?
Emanuele: Credo che sia da superare un po' il concetto di povertà estreme. Per quanto esistano, categorizzare ha sempre fatto comodo. Ma invece io credo che su questo tema sia giusto smettere di parlare di povertà estreme o di povertà. Ormai ci insegnano che c'è veramente una situazione che è trasversale, anzi si parla ormai di povertà democratica, cioè che non guarda in faccia chi colpire. Dalla povertà lavorativa, dalla povertà educativa, alla povertà relazionale. La forza della comunità educante è questo: quello che invece non è un appiattire il tema, ma è quello di renderlo patrimonio e anche nel caso lo si vuole vedere come un tema da affrontare, un qualcosa della comunità, e che la comunità affronta insieme. Perché sennò ci sarà sempre quello dell'addetto ai lavori che lo affronta. Io non lo posso fare da solo, lo devo fare con la comunità, con il comitato di quartiere. Questo valore deve valere per tutti. La comunità che si fa carico anche di quelle complessità, di quelle situazioni che però sono parte della vita di tutti. Il nostro lavoro educativo ci insegna che la persona finisce in strada non perché lo vuole, ma perché gli è successo qualcosa nella vita che potrebbe capitare a me o a te Claudio.
Claudio: In chiusura, ti chiedo di fornire uno strumento per una cassetta degli attrezzi ideale per costruire una comunità educante.
Emanuele: Lo abbiamo citato più volte in questa bella chiacchierata, e credo forse che il termine che a me è più caro sia proprio il termine cura. Ed è forse lo strumento chiave e principe un po' del lavoro sia degli educatori, ma poi proprio della comunità: l'avere la capacità di stare vicino alle persone a prescindere dalla loro situazione, dalla loro condizione, nell'ottica del prendermi cura, dell'empatia, del vivere veramente insieme, dello stare insieme, dell'avere attenzione verso chi mi è vicino.
Claudio: Ti ringrazio Emanuele per questo strumento interessante, molto suggestivo, e grazie per il tempo e la disponibilità.
Emanuele: Grazie a te, grazie a chi ci ha ascoltato.