Ci sono momenti che non finiscono quando finiscono. Hai presente? Sono quelle esperienze che continuano a lavorare dentro di noi, gettano piccoli semi che hanno bisogno di tempo per crescere. E poi, a distanza di mesi, o anche di anni, ci accorgiamo che hanno agito un cambiamento.

Oggi voglio parlarti proprio di uno di quei momenti. Voglio riportarti con me a tre giorni intensi che ho vissuto nel 2024, qui a Genova, insieme a un gruppo di belle persone.

Tre giorni che hanno dato il via a una riflessione che è ancora in corso, una riflessione viva su cosa significa essere un "Tutor di Comunità" e su come possono nascere degli Hub di quartiere qui, nel sestiere di Prè.

Non ti farò un resoconto di quell'esperienza, non è questo il punto. Questa vuole essere una riflessione a voce alta, un modo per tornare a quell'energia e capire cosa ci ha lasciato e, soprattutto, perché quella storia può parlare a ciascuno di noi.

Prima di quel corso, la situazione era quella che forse anche tu, se lavori nel sociale o semplicemente vivi con attenzione il tuo quartiere, conosci bene. Un centro storico, il nostro, meraviglioso e complesso. Un mosaico di realtà incredibili: decine di enti, associazioni, operatori che lavorano ogni giorno con dedizione.

Spesso, però, la sensazione era quella di lavorare a un metro di distanza, ma su pianeti diversi. Ognuno con i propri progetti, le proprie urgenze, la propria fatica quotidiana.

È con questo spirito che ci siamo trovati in quella sala, la sala Alda Scopesi a Casa della Giovane. Eravamo più di 30 persone. Un numero importante. E la cosa che mi ha colpito subito è che la maggioranza erano giovani, sotto i 35 anni. C’era un'energia positiva.

Al centro del percorso formativo, guidato da Marco Rondonotti, ci è stata proposta un'idea tanto semplice quanto, per noi, rivoluzionaria: conoscere il modello delle Tecnologie di Comunità.

Ora, il nome può trarre in inganno, sembra quasi un ossimoro. Non stavamo parlando di computer, di app o di intelligenza artificiale. Stavamo parlando del "sistema operativo" delle relazioni umane. Stavamo parlando di tecnologie che favoriscono lo sviluppo di comunità.

Cosa significa, in parole povere? Un vero e proprio metodo per usare il digitale con finalità sociali e inclusive. L'idea è quella di impiegare la tecnologia per rafforzare i legami tra le persone, promuovere la partecipazione attiva e combattere l'esclusione, creando così una forma di cittadinanza digitale. La vera innovazione di questo approccio sta però nel cambiamento di prospettiva: si smette di guardare a una comunità come a un insieme di problemi da risolvere dall'esterno, per iniziare a vederla come un ecosistema ricco di risorse nascoste.

Il lavoro non consiste più nel "portare" soluzioni, ma nel mettersi in ascolto per scoprire e attivare le competenze e le soluzioni che già esistono all'interno della comunità stessa.

E poi, è arrivato il momento che ricordo come il punto di svolta.

Stavamo facendo una mappatura di comunità: con grandi fogli appesi ai muri e i pennarelli in mano, disegnavamo le connessioni tra i vari enti, le risorse e i luoghi del quartiere. All'inizio l'atmosfera era un po' rigida, quella tipica da corso di formazione.

Poi, qualcosa è scattato. Qualcuno ha condiviso una difficoltà e subito un altro ha risposto offrendo un contatto. Un altro ha disegnato un "vuoto" sulla mappa e una persona da un tavolo vicino ha detto: "Ma lì ci siamo noi, non lo sapevi?".

Quella scintilla, però, aveva bisogno di ossigeno per non spegnersi. E l'ha trovato nei momenti più semplici, quelli informali. Nelle pause caffè e nel parlarsi. E soprattutto, in una colazione di lavoro improvvisata a base di focaccia e cappuccino.

Potrà sembrarti una banalità, ma ti assicuro che non lo è. In quel gesto siamo diventati semplicemente un gruppo di persone. Colleghi, certo, ma prima di tutto persone che condividono un pezzo di strada e un desiderio comune. È lì, in quei momenti non strutturati, che si costruisce la fiducia. E senza fiducia, nessuna rete, nessun progetto, può davvero funzionare.

Quel corso, quindi, ha segnato un passaggio. Ha dato un nome e una forma a un'intuizione che già sentivamo dentro di noi: l'urgenza di passare dal lavorare per la comunità al lavorare con la comunità.

È un cambio di prospettiva che ti chiedo di considerare per un attimo. Significa rinunciare a un po' del nostro controllo di "esperti" per fidarsi dell'intelligenza collettiva di un territorio. Significa fare un passo indietro per permettere agli altri di farne uno avanti.

Da allora, quando pensiamo a un Hub di quartiere a Prè, la domanda non è più solo "cosa possiamo offrire?", ma è diventata "quali spazi possiamo aprire insieme?". Non pensiamo a "quali servizi portare", ma a "quali energie esistono già e come possiamo sostenerle?".

Certo, i servizi sono essenziali, ma sono un altro tassello, un progetto con cui collaborare nel migliore dei modi, offrendo proprio quello che un progetto di comunità può dare.

Riflettendo oggi su quell'esperienza, mi torna in mente una percezione emersa con forza: il grande "fermento" sociale che anima la nostra città. Una ricchezza incredibile che spesso, forse per una nostra ritrosia un po' ligure, teniamo nascosta.

Nel sestiere di Prè siamo un gruppo di una decina di tutor di comunità, ci sono tre Hub di quartiere già funzionanti e altri due in fase avanzata di sviluppo.

Da mesi stiamo cercando di trovare un modello di intervento condiviso. Un modello che, da una parte, valorizzi il paradigma delle tecnologie di comunità di cui ti parlavo e, dall'altra, sappia mettere a frutto le competenze e le sensibilità personali che ognuno di noi mette a disposizione del gruppo.

Non è un percorso semplice. Ci sono stati dei cambi nelle persone e questo, naturalmente, richiede tempo per trovare nuovi equilibri. In più, percepisco una certa paura nei confronti del mondo digitale, che a volte viene vissuto come qualcosa di distante dal lavoro educativo sul campo, quasi come se fossero due mondi che non possono parlarsi.

Le domande che ci ha lasciato quel corso, quindi, sono ancora vive, e sono il nostro motore quotidiano: come manteniamo viva una rete? Come trasformiamo l'energia di un momento in un cambiamento che dura nel tempo?

Non ho ancora le risposte. Ma so che quel corso del 2024 non è stato un punto d'arrivo. È stato un innesco. L'inizio di un percorso che stiamo portando avanti ogni giorno, con pazienza, quasi in modo artigianale. Un percorso che è appena cominciato.