Nella puntata precedente ci siamo lasciati con una domanda aperta sulla "cura" ragionando sul rapporto Caritas e cercando di capire come le relazioni possano essere, di per sé, una cura.

Oggi voglio provare a raccontare un’esperienza importante che è stata fatta a Trieste che trovo interessante per due motivi: perchè coerente non solo con le indicazioni che il rapporto Caritas ha dato, ma anche perchè affronta il concetto di “Cura” da una prospettiva interessante. Provo a spiegarlo.

A Trieste è stato fatto un lavoro importante riguardo la relazione tra la cura, la medicina e il territorio e l’esperienza nel 2018 è stata scritta in un libro intitolato “La Città che Cura” di Giovanna Gallio e Maria Grazia Cogliati Dezza.

Ma il messaggio, il racconto, non si è fermato solo alla carta stampata,  è stato fatto un passo in più, è diventato un film-documentario, diretto da Erika Rossi. E’ un esempio di come l’arte e il digitale possano connettere le persone. È la dimostrazione di come la tecnologia, se usata bene, diventi essa stessa una forma di cura, dando un volto e una voce reale a chi, troppo spesso, rimane invisibile.

Ma tornando al progetto "La Città che Cura”, l’aspetto che ci interessa è quello che offre una prospettiva radicalmente diversa sul concetto di salute, ispirandosi all'eredità di Franco Basaglia a Trieste: non si tratta più solo di curare la malattia in ospedale, ma di prendersi cura della persona nel suo ambiente di vita. L'idea centrale è che gran parte del nostro malessere, soprattutto quello legato all'isolamento e alle difficoltà sociali, non può essere risolto solo con le medicine, ma ha bisogno di relazioni e di una comunità attiva.

Le Microaree sono il cuore pulsante di questa esperienza: sono sedi fisiche create direttamente nei quartieri, spesso nelle periferie, dove gli operatori sanitari e sociali lavorano fianco a fianco, non limitandosi a dare una ricetta o una prestazione, ma entrando in contatto con la quotidianità degli abitanti, come si può vedere nelle storie del film documentario, aiutando le persone a riprendere i loro interessi e a coltivare le relazioni. 

In pratica, il progetto propone un’alleanza tra il servizio sanitario, quello sociale  e i cittadini: l'obiettivo non è solo curare chi sta male, ma riattivare il capitale sociale del quartiere, trasformando un luogo di solitudine in uno spazio di mutuo aiuto, dove le persone ritrovano la dignità di essere protagoniste della propria cura e scoprono che la vera salute non è assenza di malattia, ma la ricchezza dei legami umani.

Adesso, prova a immaginare di portare questa esperienza qui, nei vicoli del Centro Storico di Genova. In posti così densi, così vivi, ma anche così fragili da sentirti impotente e per questo è importante guardare a chi sta già sperimentando soluzioni nuove non solo a Trieste.

Penso a Genova e a Bologna, dove in aree complesse si è lavorato sulla mediazione sociale, ma penso anche all'insegnamento pedagogico di Adalberto Barreto.

Barreto è uno psichiatra e antropologo brasiliano che ha fondato la Terapia Comunitaria Integrativa, quella che chiamiamo comunemente la "ruota che cura". Il suo messaggio è potente e umile allo stesso tempo: "quando la bocca parla, gli organi non piangono".

Lui ci ha insegnato che mettendo le persone in cerchio, in uno spazio orizzontale, la comunità diventa medico di se stessa. Non serve sempre l'esperto che cala la soluzione dall'alto; a volte basta condividere il dolore e le strategie per trovare delle strade comuni che ci aiutino a superarlo.

Se vuoi capire un po’ di più di questo metodo ti suggerisco di cercare su you tube il documentario testimonianza “La Ruota della cura: non più un puntino nero in un mare bianco” che ben spiega il metodo e la sua possibile applicazione.

Ecco, i mediatori di cui parliamo devono fare un po' questo: agire come agenti di prossimità. Non burocrati, ma persone che scendono in strada, che parlano la lingua di chi non ha voce: penso alle donne immigrate o agli anziani soli, ai giovani. L'obiettivo è trasformare un insieme di persone sole in un quartiere che si riconosce.

E qui arriviamo ad un altro tasto dolente. Parliamo dei ragazzi. Sia a Genova che nelle periferie di mezza Italia, c'è un rischio enorme che corriamo ogni giorno: quello di "darci la zappa sui piedi" da soli.

Mi spiego meglio. Spesso, dopo la scuola dell'obbligo, molti ragazzi finiscono in un limbo e questa povertà educativa fa male alla salute quanto un virus, perché segna il loro futuro.

Pensaci un attimo: in Italia più di un ragazzo su dieci molla tutto dopo le medie. E se guardiamo al Sud o ai quartieri più difficili, diventano quasi due su dieci. Non sono numeri, sono persone. Sono ragazzi che nel passaggio delicatissimo tra le medie e le superiori si schiantano contro un muro e noi li perdiamo. Ecco perché dico che non possiamo permetterci di “darci la zappa sui piedi” con progetti che non funzionano: perché là fuori c'è un'emorragia da fermare.

Chi vive ai margini non cerca l'attività organizzata dall'alto. Cerca uno spazio libero.

Dobbiamo avere il coraggio di ripensare i nostri spazi: servono luoghi dove i ragazzi possano stare insieme senza che ci sia sempre un adulto a dire cosa fare. Campi aperti, piazze vive, non semplici "operazioni di cosmesi urbanistica" per far bella la città.

L'arte, la musica, il teatro, le tecnologie… questi non sono passatempi. Sono strumenti potenti, "non medicalizzanti", per farli sentire protagonisti. Se gli dai un microfono o un palco, stai già facendo prevenzione.

Forse ti starai chiedendo: "Ok, bello, ma chi lo fa questo lavoro?".

Non possiamo calare le cose dall'alto, lo abbiamo detto. Servono figure nuove. Chiamiamoli Tutor di Comunità, Educatori di Strada, chiamali come vuoi, ma ci servono come il pane.

Il loro ruolo è doppio e delicatissimo:

  1. Sono sentinelle: Devono saper "entrare senza essere invitati", ma con rispetto. Devono intercettare il disagio prima che esploda, quando è ancora sommerso.
  2. Sono facilitatori: Non devono fare le cose per i ragazzi, ma con i ragazzi.

Immagina un ex frequentatore della piazza che diventa lui stesso un punto di riferimento per i più piccoli. Funziona! Lo abbiamo visto con i progetti di Community Lab e di Peer Education.

Questi tutor sono il ponte tra il palazzo dell'amministrazione e la vita della strada. Sono quelli che sanno gestire il conflitto costruendo dialogo. Solo se investiamo su queste persone, che i ragazzi percepiscono come "interne", come "uno di noi", possiamo sperare di spezzare quella catena di dipendenza ed emarginazione.

Per chiudere, vorrei lasciarti con questo pensiero.

Una "città che cura" non è solo quella piena di ospedali efficienti, chiariamo fondamentali, e qui ci sarebbe da approfondire.

La città che cura è quella che ha il coraggio di investire nelle relazioni, negli spazi informali dove le persone si incontrano. È quella che trasforma i “problemi” in laboratori di futuro. Smettiamo di pensare solo a contenere il disagio e iniziamo a promuovere la capacità di diventare protagonisti.

Le competenze ci sono e anche le buone idee, bisogna ascoltarsi per costruire una vera “Comunità Educante”.