C'è un vecchio detto latino che abbiamo preso per buono per troppi secoli. Ci hanno convinto che l'unico modo per stare tranquilli sia mostrare i muscoli, che la sicurezza nasca dalla paura.
Oggi vorrei provare a cambiare una sola parola di quel detto. Una piccola modifica che però stravolge tutto: stravolge il modo in cui educhiamo, il modo in cui vediamo l'altro e il futuro che stiamo preparando. Fermati un attimo con me: c'è un'alternativa alla logica del nemico, ed è una sfida pedagogica che non possiamo più rimandare.
SIGLA
Oggi voglio prendermi un un po’ di tempo, e chiedervi di prenderlo con me, per ragionare su una parola di cui ci riempiamo spesso la bocca, ma che raramente pratichiamo davvero: la Pace.
Vorrei partire da lontano. C’è una frase latina che abbiamo sentito tutti almeno una volta: «Si vis pacem, para bellum». Se vuoi la pace, prepara la guerra.
Storicamente, questa massima viene attribuita da uno scrittore latino del tardo impero romano. Il senso, per l'epoca, era strategico: la deterrenza. Se sei armato e forte, nessuno oserà attaccarti.
Ma oggi? Oggi siamo nel 2025. Possiamo ancora permetterci di ragionare come un generale romano del IV secolo? La storia ci ha insegnato che preparare la guerra porta, inevitabilmente, a fare la guerra. E la guerra è sempre, senza eccezioni, una sconfitta. Per tutti. Tranne forse per chi la decide seduto su una poltrona e al fronte non ci andrà mai. Per tutti gli altri, è annientamento, è dolore che attraversa le generazioni.
E allora, la proposta pedagogica di oggi è cambiare quella frase. Ribaltarla. Non più Si vis pacem, para bellum, ma «Si vis pacem, para iustitiam». Se vuoi la pace, prepara la giustizia.
Cosa significa preparare la giustizia dal punto di vista educativo?
Significa smettere di credere che l'unico modo per risolvere una controversia sia eliminare l'altro. Significa educare alla gestione del conflitto.
Attenzione: educare alla pace non significa educare a stare zitti e buoni. Il conflitto è umano, è naturale. Due persone, due gruppi, due nazioni possono avere interessi diversi. Ma c’è un abisso tra il conflitto e la guerra.
La sfida pedagogica è formare persone capaci di stare nel conflitto senza distruggersi. Persone capaci di rispettare tutti, anche chi la pensa in modo diametralmente opposto al nostro, anche chi esce dai binari del "politicamente corretto".
Dobbiamo creare spazi dove sia possibile dire "Non sono d'accordo", "Non ho capito", o anche "Ho paura".
Perché il dubbio, la domanda, l’incertezza... questi non sono segni di debolezza. Sono gli ingredienti fondamentali di una formazione pedagogica autentica. Se togliamo il dubbio, rimane solo il dogma. E il dogma è l'anticamera della violenza.
Non serve una cultura da salotto, per pochi intellettuali che se la cantano e se la suonano. Serve una cultura per tutti noi, una cultura che ci permetta di non vedere mai l'altro come un nemico da abbattere, ma come un interlocutore.
E qui arriviamo a un punto dolente. Per fare questo tipo di educazione serve tempo, servono spazi di cura, servono risorse, serve autorevolezza.
E invece cosa vediamo? Vediamo la scuola e i servizi alla persona stritolati.
Li stritoliamo con una burocrazia asfissiante che, lasciatemelo dire, ammazza la pedagogia. Quando un insegnante o un educatore deve passare più tempo a compilare carte che a guardare negli occhi i ragazzi, stiamo togliendo ossigeno alla relazione, fondamentale in qualsiasi contesto educativo e formativo.
E azzerando la relazione, azzeriamo il senso critico.
Un terreno privo di senso critico è il terreno più fertile che esista per la cultura della guerra. È lì che attecchiscono la propaganda, la paura dell'invasione, la visione del mondo in bianco e nero.
Se non educhiamo i ragazzi a pensare con la propria testa, a gestire la complessità, saranno pronti a credere a chiunque indichi loro un nemico facile da odiare. E lo sappiamo paventare il nemico esterno è un modo per “unire” e per “manipolare”.
A proposito di questo, vorrei toccare un tasto delicato. Ultimamente ascolto interventi di politici autorevoli, di diversi schieramenti, che tornano a citare il servizio militare, la leva, come un elemento "educativo", come un’esperienza positiva per "raddrizzare" i giovani o creare coesione sociale.
Ecco, parliamoci chiaro: questo discorso poteva forse reggere nel dopoguerra. Poteva avere un senso quando i ragazzi arrivavano da realtà rurali, dove l'analfabetismo imperava, e la caserma diventava un luogo di incontro tra nord e sud.
Ma oggi? Oggi questo discorso non regge più.
La cultura militare, per quanto possa essersi evoluta, per quanto possa essere oggi più professionale o aperta, si basa strutturalmente su un principio: l'obbedienza gerarchica.
Ma l'obbedienza – e qui il pensiero pedagogico è chiaro – non è necessariamente una virtù.
L'educazione vera, quella che ci serve oggi, deve rispettare l'identità dell'individuo, la sua autodeterminazione, il suo sviluppo autentico. Non dobbiamo formare soldati che obbediscono, ma cittadini che ragionano.
Bisogna stare molto attenti quando sentiamo discorsi che preparano mentalmente i nostri giovani all'idea che la guerra sia un'opzione possibile, magari necessaria per difendersi dai "cattivi" di turno.
Le guerre non scoppiano mai per caso. Le azioni che vediamo esplodere nella storia sono quasi sempre il frutto di errori diplomatici e di ingiustizie che si trascinano nel tempo.
Viviamo in un mondo globalizzato. Da qui non si scappa. La migrazione, per esempio, è un fenomeno costante, strutturale. Va gestito, certo, con realismo. Ma anche con coraggio.
E invece cosa facciamo? Investiamo miliardi di euro – miliardi! – in armi. Risorse enormi usate per produrre strumenti di sofferenza e morte.
Immaginate se quelle risorse fossero spostate sulla prevenzione. Sull'educazione. Sulla cooperazione.
Sembra un discorso utopico? Forse. Ma l'alternativa è continuare a ripetere gli stessi errori, aspettandosi risultati diversi. E questo, come sappiamo, è la definizione di follia.
Sentirsi impotenti in questo momento storico è normale. Sembra che le decisioni vengano prese molto sopra le nostre teste. Ma non è del tutto vero.
Se vuoi la pace, ripara la giustizia. Se vuoi uomini e donne giusti, formali alla pace attraverso la cultura.
Una formazione a 360 gradi, che insegni che la vita è troppo preziosa, per tutti, indistintamente. Che la vita di un ragazzo nato qui vale quanto quella di un ragazzo nato sotto le bombe altrove.
Torniamo all'origine. Cancelliamo quel Para Bellum.
Prendiamoci la responsabilità di preparare la giustizia, ogni giorno, nelle nostre classi, nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro. Perché la guerra la decidono i potenti, ma la cultura della pace la costruiamo noi.