Ripartiamo con la seconda stagione. E voglio farlo con una riflessione non semplice, complessa, ma necessaria: il problema delle dipendenze.
Prima di tutto, una premessa.
La mia competenza è”altra”. Sono un pedagogista, mi occupo di educazione, di sviluppo di comunità, di minori, di famiglie. Mi occupo anche di media education e di educazione al digitale e per questo uso spesso il neologismo di Luciano Floridi “ONLIFE”: cioè viviamo immersi nella rete, nell’infosfera senza rendercene conto, un po’ come pesci nell’acqua che respirano l’elemento in modo naturale. Ecco penso che l’educazione e l’educare vada pensata in una dimensione “ONLIFE”. Non si può più fare educazione senza abitare il digitale, senza capire cosa significhi davvero la “dittatura dell’algoritmo” quando cerchiamo di entrare in relazione, ad esempio, con un adolescente o con il territorio o quando semplicemente cerchiamo raccogliere informazioni attraverso la rete.
E già qui potremmo parlare di dipendenze. Digitali, comportamentali.
Ma oggi voglio spostare lo sguardo su un’altra forma di dipendenza: quella da sostanze.

La memoria dei vicoli Io nel centro storico di Genova ci sono nato e cresciuto. Via della Maddalena, Via del Campo.
Ricordo un tessuto commerciale che era l’anima dei vicoli. Penso alla Drogheria Baghino alla Maddalena, un nome che oggi fa quasi sorridere, con le sue spezie e i suoi profumi, o al negozio di elettronica Fotomondial oppure il negozio di caffè sempre in Via del Campo e tanti altri. Erano luoghi, presidi, che attiravano persone da tutta la città.
Ma ricordo anche altro. Ricordo i cosiddetti “drogati”, l’uso dell’eroina.
Ricordo, da bambino, quando facevo la scalinata di Salita della Rondinella, oggi chiusa da un cancello, e attraversavo letteralmente un tappeto di siringhe. Era un luogo di consumo, uno dei tanti. Era il paesaggio con cui convivevamo.
Nell’84, svolgevo il servizio civile alla parrocchia di San Siro sempre nel centro storico di Genova, facevo attività con i bambini. Capitava che arrivassero dei miei coetanei, o anche più giovani, completamente”strafatti”. Si sedevano lì e ciondolavano, con quella reazione tipica dell’eroina. Tu continuavi l’attività cercando di mediare, di proteggere quello spazio. Forse, senza saperlo, stavamo già facendo riduzione del danno. Un luogo protetto, una tregua tra i caruggi.
L’Iceberg oggi Il problema c’era allora, ma oggi è diverso.
Soprattutto nel Sestiere di Prè, la dipendenza è esplosa in una forma nuova. Il crack ha effetti comportamentali molto più aggressivi, più rumorosi. È una presenza che logora quotidianamente chi vive e lavora nel quartiere.
Ma il crack è solo la punta dell’iceberg.
In un incontro recente organizzato dal Comune sul tema delle dipendenze da sostanze, gli specialisti confermavano quello che sospettavamo: sotto la superficie c’è un consumo di altri tipi di droghe, la cannabis in primis, tra cui un uso massiccio di cocaina che attraversa ogni fascia sociale, anche gli adulti”insospettabili”. È una cultura del consumo e della prestazione che è diventata sistemica.
Oltre l’”Anno Zero” Allora, cosa possiamo fare?
Non ho ricette cliniche, l’ho detto non è il mio campo professionale, ma ho una convinzione pedagogica: così come non possiamo ignorare il digitale nel nostro lavoro educativo, non possiamo ignorare le dipendenze. È un tema di comunità.
Il Comune di Genova sta cercando di tracciare una rotta, dando una prospettiva culturale educativa al problema. È fondamentale: non basta demonizzare, bisogna prendersi carico delle persone. Ma serve potenziare la prevenzione. Un termine che negli anni ’80 usavamo tantissimo, primaria, secondaria, terziaria che poi era diventata anche prevenzione “aspecifica”, un termine che oggi dobbiamo tornare a praticare con forza.
Per farlo, però, dobbiamo evitare un errore enorme: pensare di essere all’Anno Zero.
Accade che si entra in un territorio ignorando le realtà che ci lavorano da decenni. Si fa tabula rasa. Invece bisognerebbe:
• Ascoltare chi vive il quartiere e viene logorato ogni giorno.
• Unire le forze, abbattendo le divisioni e le competizioni sterili che a volte inquinano il Terzo Settore e non solo.
Concludendo La pedagogia è ricca di strumenti: progetti individualizzati, lavoro di gruppo, presìdi territoriali di diverso tipo. Ma dobbiamo avere uno sguardo d’insieme.
Dobbiamo iniziare a lavorare con i bambini non parlando di”droga” con slogan moralistici, ma agendo sui desideri, sul senso di vuoto, sulla ricerca di appartenenza. Perché le dipendenze si innestano dove mancano legami significativi.
Non sarà semplice. Ma questa seconda stagione di Connessioni Educanti vuole essere questo: uno spazio per guardare avanti senza cercare scorciatoie. Ripartiamo dalle persone. Dall’ascolto. Dalla responsabilità condivisa.