Viviamo in un momento in cui le notizie di guerra arrivano ogni mattina insieme alla colazione. L’Ucraina. Gaza. Il Sudan. Conflitti che non sono lontani come potevano sembrare quelli dei libri di storia — sono in tasca, sullo schermo del telefono, nei feed di Instagram e TikTok di ragazzi e ragazze che hanno vent’anni o anche meno.
La Generazione Z — e in parte anche i Millennials — è la prima generazione a essere cresciuta dentro una crisi permanente: prima la crisi economica del 2008, poi quella climatica, poi la pandemia, ora le guerre. E non le osserva da fuori. Le abita. Le sente. E spesso ne porta il peso in modo che noi adulti facciamo fatica a riconoscere.
Eppure — ed è questo il punto da cui voglio partire oggi — qualcosa di inatteso sta accadendo. Una parte significativa di questi giovani sta rispondendo alla complessità del mondo non con la paralisi, ma con una scelta. Una scelta che passa, tra le altre cose, anche da dove decidono di mettere i propri soldi.
Banca Etica ha pubblicato qualche settimana fa un approfondimento su come Millennials e Gen Z si stanno orientando verso la finanza sostenibile e responsabile. Due generazioni diverse: i Millennials, che oggi hanno tra i trenta e i quarant’anni, sono cresciuti con la crisi del 2008 come spartiacque; la Gen Z, i ventenni di oggi, non ha mai conosciuto un mondo senza emergenza climatica. Punti di partenza diversi, direzione comune.
Quello che emerge non è solo un trend di mercato. È qualcosa di più interessante pedagogicamente: una consapevolezza diffusa che le proprie scelte — anche quelle finanziarie — hanno conseguenze reali sul mondo. I soldi non sono neutri. E loro lo sanno.
Torno al punto da cui siamo partiti. Le guerre. C’è un dato che non compare nel report di Banca Etica ma che, come pedagogista, non riesco a non collegare: l’industria delle armi è uno dei settori più redditizi al mondo. E molti fondi di investimento — anche quelli apparentemente innocui, in cui finiscono i risparmi di milioni di persone — ci mettono dentro soldi.
La finanza etica nasce anche da questa consapevolezza: scegliere dove non investire è tanto importante quanto scegliere dove investire. Non finanziare le armi è una posizione. È un atto educativo, prima ancora che economico. E il fatto che questa posizione stia diventando comprensibile — anzi, desiderabile — per una generazione che le guerre le vede in diretta ogni giorno, non mi sembra una coincidenza.
Questo è il terreno su cui l’educazione può e deve entrare. Non per dire ai giovani cosa fare con i loro soldi. Ma per aiutarli a nominare ciò che già sentono: che ogni scelta ha un lato etico. Che anche la finanza è un linguaggio con cui si dice che mondo si vuole.
C’è un elemento che tiene insieme tutto questo: questi ragazzi sono cresciuti connessi. Hanno avuto accesso — fin da giovanissimi — a informazioni, testimonianze, narrazioni globali. La guerra in Ucraina l’hanno vista raccontata in tempo reale da chi la viveva. Il cambiamento climatico non è un’astrazione: è nei video, nei dati, nelle voci di coetanei in ogni parte del mondo.
L’educazione al digitale non riguarda solo la sicurezza online o il contrasto alla disinformazione. Riguarda anche questo: la capacità di abitare uno spazio informativo saturo in modo consapevole, di distinguere, di non restare bloccati nell’ansia ma di trasformare quello che si vede in orientamento. I giovani che sanno farlo — e che hanno imparato a farlo con qualcuno accanto — sono anche quelli che trasformano l’indignazione in scelta.
Lavoro da anni in progetti di sviluppo di comunità. E una cosa che ho imparato sul campo è che le comunità più vitali sono quelle in cui le persone si sentono agenti — non spettatori. Dove la domanda non è ‘cosa succede?’ ma ‘cosa posso fare?’.
Quello che vedo in questi giovani è esattamente questa postura. Di fronte a un mondo che spaventa — e che fa bene a spaventare — non si tirano fuori. Cercano un punto di leva. E la scelta di dove mettere i propri soldi è, tra le altre cose, anche questo: un punto di leva accessibile, concreto, quotidiano.
Questo non nasce dal nulla. Nasce da esperienze formative in cui qualcuno — un insegnante, un educatore, un familiare — ha aiutato questi ragazzi a vedere la connessione tra il piccolo e il grande. Tra il gesto quotidiano e il mondo.
È il lavoro più difficile e più importante che facciamo. Ed è esattamente di questo che si occupa questo podcast: creare connessioni educanti, con uno sguardo pedagogico e digitale.
L’approfondimento di Banca Etica ci consegna un’immagine di giovani più consapevoli di quanto spesso immaginiamo. Non ingenui, non spensierati — ma capaci di abitare la complessità con una bussola. Una bussola che si orienta verso la cura: del pianeta, delle persone, della pace.
Questa capacità si forma. Si forma in famiglia, a scuola, nei gruppi giovanili. Si forma nei luoghi del territorio — nelle associazioni, negli oratori, nei centri di aggregazione, negli spazi dove una comunità si riconosce tale. Si forma ogni volta che qualcuno crea le condizioni per ragionare insieme su domande che sembrano distanti — e invece sono vicinissime alla vita di ognuno.
La provocazione che lascio oggi è questa: nella tua pratica — educativa, professionale, comunitaria — c’è spazio per parlare di guerra, di denaro, di futuro? Non in modo astratto. Ma partendo da ciò che questi ragazzi già sentono e già sanno. Perché loro, evidentemente, uno spazio se lo stanno costruendo.