C'è qualcosa che brucia sotto la pelle, in questo tempo.

Non è solo disagio: è un'urgenza etica, culturale e politica. Stiamo attraversando un'epoca in cui le grandi costruzioni del Novecento — il diritto internazionale, la Costituzione, il welfare — sono messe sotto pressione da chi vorrebbe riportarci in un mondo fondato sulla forza, sulla gerarchia, sul comando. Un mondo indifferente all'ecologia e alla giustizia, ai diritti sociali, costruito per il profitto di pochi.

Non è il mondo per cui ogni mattina ci alziamo. E allora dobbiamo cercare parole. Non parole d'ordine, ma parole generative: capaci di aprire orizzonti, sostenere progettualità, nutrire comunità. Per questo inizia oggi un viaggio attraverso una bussola che ci accompagnerà per varie puntate.   

— SIGLA —

Animazione Sociale è una rivista che seguo da tempo da cui traggo contenuti preziosi e spunti per le mie riflessioni pedagogiche. Quest’anno i primi due numeri compongono un'antologia straordinaria del lavoro educativo, sociale, di cura, un'opera in due volumi che da adesso e per diverse puntate sarà la nostra bussola.

Questa antologia non nasce dalla teoria astratta, nasce dal campo: dalle pratiche di chi ogni giorno entra nelle case della fragilità, percorre quartieri difficili, incontra persone che portano il peso di esistenze segnate. E nasce anche da chi studia e teorizza, da chi ha la lucidità di dare parola a ciò che spesso chi è sul campo vive senza riuscire a nominarlo. Come scritto nella presentazione ogni voce raccolta in questi due volumi dice qualcosa di essenziale: qualcosa che non va perduto, ma custodito perché generativo di futuro buono.

Partiamo da una soglia: la nostra capacità di restare aperti. Alberto Felice De Toni lo dice con il linguaggio della termodinamica: i sistemi chiusi implodono. Non c'è niente da fare chiusi si muore. L'apertura non è una scelta romantica. È una condizione strutturale del vivere. Vale per le persone, per le organizzazioni, per le comunità educanti.

Eppure siamo immersi in un tempo che spinge verso la chiusura. Verso la ricerca del simile, se non dell'identico. I social media diventano, come scrive Annamaria Testa,  palazzi degli specchi, dove ciascuno trova solo conferme alle proprie opinioni, dove si vede riflesso solamente se stesso, la propria rabbia, il proprio malessere. E così l'altro diventa un fastidio: lo tolleriamo solo a condizione che smussi la sua diversità, che si assimili a noi. Slavoj Žižek chiama questo "l'altro decaffeinato": privato di tutto ciò che disturba, che interroga, che mette in discussione.

È proprio contro questa tendenza che dobbiamo costruire anticorpi. Il primo ce lo ha lasciato Andrea Camilleri, con la semplicità disarmante che gli apparteneva:

«Non bisogna mai avere paura dell'altro, perché tu rispetto all'altro sei l'altro.»

Non è una consolazione: siamo tutti, sempre, l'altro di qualcuno. Dimenticarlo è il principio di ogni esclusione, di ogni violenza. Ricordarlo è il fondamento di ogni comunità degna di questo nome.

Accettare l'altro nella sua irriducibile diversità non significa azzerare i confini. I confini sono necessari alla vita — senza confine c'è follia, ci ricorda Massimo Recalcati. Ma c'è una differenza radicale tra il confine come luogo di incontro e il confine come barriera che non permette più transiti, scambi, relazioni. L'odio trasforma i confini in muri. La cura li trasforma in soglie.

E la cura educativa ha una direzione precisa. Gabriel García Márquez l'ha espressa con parole che non hanno bisogno di commento:

«Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall'alto in basso un altro uomo solo per aiutarlo a rimettersi in piedi.»

Questo è il cuore di una comunità educante. Non la simmetria astratta, che spesso è una finzione ipocrita, ma l'asimmetria orientata: un potere che si mette al servizio della crescita dell'altro. Un'autorità che non comanda ma sostiene. Uno sguardo che vede la complessità di ogni persona e rifiuta di ridurla a un'etichetta, a una storia unica.

Oggi questa postura è urgente come non mai. La solitudine dilaga. In Italia più del tredici per cento delle famiglie dichiara di non avere nessuno a cui rivolgersi in caso di bisogno — la percentuale più alta d'Europa. La connettività digitale non colma questo vuoto: senza presenza fisica, senza interazione reale, non ci si mette veramente in contatto con gli altri.

E allora la domanda che don Luigi Ciotti ha fatto propria nel suo impegno quotidiano con il Gruppo Abele — "Sono forse io il custode di mio fratello?" — non è retorica. È la domanda fondativa di ogni comunità educante. La risposta non può essere altra: sì, sono io il custode. Siamo noi i custodi, perché nessuno si salva da solo.

 Nelle prossime puntate continueremo ad attraversare questa antologia di Animazione Sociale. Parola dopo parola, voce dopo voce. Perché ci servono parole per dare voce a un'altra idea di mondo. E per costruire connessioni che educano.