Continuiamo il nostro viaggio nell'Antologia di Animazione Sociale e oggi ci fermiamo su tre parole che stanno al cuore del lavoro educativo e sociale. Aiuto, mutualismo, solidarietà. Parole che sembrano sinonimi ma non lo sono. Parole che, messe in sequenza, raccontano un percorso. Dal bisogno del singolo alla tenuta di una democrazia.
Ma prima di entrare in questo percorso, voglio partire da una domanda semplice, fatta da un bambino al Presidente della Repubblica mentre visita una scuola, che vale quanto un trattato di sociologia. «Qual è la cosa più importante che possiamo fare per l'Italia?». Mattarella avrebbe potuto rispondere in molti modi. Ha scelto una parola sola: aiutarsi. Non studiare, non lavorare, non crescere. Aiutarsi. «Da adulti a volte ce lo si dimentica», ha aggiunto, «e si vive peggio».
Quella risposta mi ha colpito. Perché tocca qualcosa che nelle comunità educanti rischiamo di dare per scontato, mentre in realtà dobbiamo continuamente ricostruirlo. La capacità di chiedere aiuto, di offrirlo, di immaginare che il benessere non sia una conquista individuale ma una produzione collettiva.
Sigla
Partiamo dall'aiuto. Non dall'aiuto assistenzialista, quello che scorre in un'unica direzione, da chi ha verso chi non ha, e che spesso, pur nelle buone intenzioni, rafforza la distanza tra chi dà e chi riceve. Parlo dell'aiuto reciproco, quello in cui gli uni imparano dagli altri, quello che un cooperatore sociale descrive come l'anima politica della cooperazione. La proposta di una società basata sul sentirsi parte di un intero, non di una casta.
In questa prospettiva, il ruolo dell'educatore e dell'operatore sociale cambia profondamente. Non è più colui che risolve i problemi delle persone. È colui che aiuta le persone a non essere inchiodate a una condizione di pazienti. Il lavoro educativo diventa allora creare spazio. Uno spazio comunicativo dove le persone possano esprimere una parola sulle proprie condizioni di vita e trovare qualcuno disposto ad accoglierla.
C'è poi una dimensione che il sociologo Claudio Renzetti chiama auto-mutuo-aiuto, e che mi sembra centrale. Spezzare il silenzio e l'isolamento. Andare oltre il vissuto personale per trovare senso collettivo. Dare voce pubblica a condizioni spesso vissute come vergogna privata. Queste non sono attività ai margini del lavoro educativo. Sono il cuore di una pedagogia comunitaria.
E c'è ancora una cosa che vale la pena dire sull'aiuto. Dovremmo imparare a leggerlo non con la lente del bisogno, ma con quella del diritto. Quando una persona chiede aiuto, non sta mendicando una concessione. Sta formulando una domanda di giustizia sociale. Questa distinzione non è solo semantica. Cambia completamente il modo in cui ti poni di fronte all'altro.
Dal singolo atto di aiuto arriviamo al mutualismo, che è qualcosa di più strutturato. La politologa Nadia Urbinati dice una cosa secca e precisa. Il mutualismo è l'anima della democrazia. Non la democrazia intesa come procedura elettorale, ma come pratica quotidiana di associarsi per affrontare problemi comuni. L'individuo democratico, in questa visione, è l'individuo capace di contribuire e cooperare, non quello ripiegato sulla sfera privata.
Stiamo assistendo, negli ultimi anni, a un ritorno di pratiche mutualistiche nei territori. La pandemia è stata un acceleratore potente di questo fenomeno. Le reti di vicinato, i gruppi di acquisto, le esperienze di welfare comunitario che sono nate in quel periodo ci hanno ricordato qualcosa che avevamo quasi dimenticato. Che nei territori le sfide urgenti chiedono una convergenza rinnovata tra soggetti diversi, pubblico, privato, terzo settore, cittadinanza informale, e che questa convergenza non è un lusso, è una necessità.
Per chi lavora nelle comunità educanti, il neomutualismo è una bussola. Non si tratta di nostalgia per le società di mutuo soccorso dell'Ottocento, ma di qualcosa di molto attuale. Riconoscersi in un destino comune e agire di conseguenza, sapendo che nessun soggetto, da solo, può rispondere alle sfide del nostro tempo.
E arriviamo alla solidarietà, che è il piano più profondo. La parola viene dal latino solidum, duro, compatto. Una società solidale è una società solida, capace di prendersi cura delle crepe che rischiano di allargarsi. Non è una virtù privata, non è un sentimento benevolo da coltivare nel tempo libero. La nostra Costituzione, all'articolo due, parla di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. È un obbligo civile, non un di più.
Ma c'è una tensione che oggi attraversa il discorso pubblico sulla solidarietà, e sarebbe disonesto non nominarla. È la tensione tra solidarietà perimetrata e solidarietà universale. La prima dice che prima vengono i miei, poi gli altri, se avanza qualcosa. La seconda dice che il malessere dell'altro mi riguarda, chiunque sia. La solidarietà o è universale o non è.
Il giurista Stefano Rodotà lo aveva scritto con grande lucidità. Dal destino della solidarietà dipende quello della democrazia. Quando i tempi si fanno difficili per la solidarietà, si fanno difficili anche per la democrazia. Non è un rapporto casuale. È un rapporto strutturale.
E allora mi chiedo, e te lo chiedo, che cosa significa tutto questo per una comunità educante. Significa che educare alla solidarietà non vuol dire insegnare la generosità come valore astratto. Vuol dire allenare alla difficoltà di stare con chi è diverso, al di là del proprio gruppo di appartenenza. Vuol dire prendersi cura dei modi in cui il noi prende forma, accompagnarne l'evoluzione in senso aperto e inclusivo, a servizio della vita di tutti.
Aiuto, mutualismo, solidarietà. Tre parole che non descrivono tre cose separate, ma tre piani di una stessa esperienza umana e civile. Il piano dell'incontro tra persone singole. Il piano dell'organizzazione collettiva nei territori. Il piano dei fondamenti su cui una democrazia regge o cade.
Come educatori e come cittadini, abitiamo tutti e tre questi piani ogni giorno. Nel piccolo gesto di fare spazio alla parola di qualcuno che fatica. Nell'impegno di costruire reti tra soggetti diversi, invece di lavorare in solitudine. E nella scelta, ogni volta che si presenta, di non restringere il perimetro di chi consideriamo degno di attenzione.
Tornando alla domanda del bambino, qual è la cosa più importante che possiamo fare? Credo che per noi, oggi, la risposta sia questa. Costruire comunità capaci di aiutarsi. Non perché sia bello o buono. Perché è l'unico modo in cui una democrazia sopravvive.