Continua insieme il nostro viaggio nell'Antologia di Animazione Sociale.
Oggi siamo su due capitoli che, a prima lettura, sembrano stare in mondi diversi. Uno parla di amore, tenerezza, gentilezza, spiritualità. L'altro parla di animazione sociale, comunità educante, vita di quartiere. Uno sembra il mondo interiore. L'altro sembra il mondo del lavoro. Eppure più li leggo insieme, più mi convinco che si tengono. Che l'uno senza l'altro non regge davvero.
Sigla
Parto da una parola che mi ha colpito nel quarto capitolo. Olga Tokarczuk, scrittrice polacca e premio Nobel per la letteratura, definisce la tenerezza come una profonda preoccupazione per un altro essere, per la sua fragilità, per la sua unicità. Non è solo una definizione poetica. È una definizione che ti fa una domanda precisa: sei capace di vedere la persona per quello che è, prima di vederla per la categoria in cui la metti?
Starci, prima di agire. Sembra semplice. Ma non lo è, soprattutto quando hai poco tempo, tante situazioni da gestire, obiettivi da raggiungere.
Su questo Eugenio Borgna va ancora più a fondo. E’ stato uno dei grandi della psichiatria italiana, conosciuto anche come "lo psichiatra della gentilezza" per il modo rispettoso con cui stava accanto alle persone. Scrive che solo l'amore conosce una persona nella sua radice vera. E questa idea ribalta qualcosa che nel lavoro educativo diamo spesso per scontato. Di solito pensiamo: prima conosco la persona, poi mi relaziono con lei. Borgna dice il contrario: è la qualità della relazione che ti permette di conoscere davvero. Non è un'idea romantica. È un'idea concreta. Cambia il modo in cui entri in una situazione, in cui ascolti, in cui ti siedi di fronte a qualcuno.
Nel quarto capitolo c'è anche Franco Arminio, definito poeta, regista e paesologo. Quest'ultima parola, a prima vista, può far sorridere. Ma se ci entri dentro ti accorgi di quanto sia seria. Arminio viene dall'Irpinia, dal Sud Italia, e ha dedicato gran parte del suo lavoro a guardare da vicino i piccoli paesi, lo spopolamento dei territori, il rapporto tra le persone e i luoghi in cui vivono. Ecco, mi è capitato spesso di sentire il centro storico di Genova descritto come "un paese nella città". E pensandoci, mi sono detto che uno sguardo come quello di Arminio, lento, attento ai luoghi e alle persone che li abitano, può essere una chiave molto utile per fare lavoro di comunità. Perché quando abiti davvero un territorio, non solo lo gestisci, riesci a vedere cose che altrimenti ti sfuggono.
Arminio nell'antologia propone anche una lista per difendersi dalla miseria spirituale. Non la dico qui perché la trovi facilmente nella rivista o con una ricerca in rete, ma voglio fermarmi sulla parola spiritualità. Nel nostro settore questa parola mette spesso a disagio. La si evita, la si lascia fuori dalla porta, come se non ci riguardasse. Invece ci riguarda eccome. Non come scelta religiosa, ma come riconoscimento di qualcosa che abbiamo tutti dentro e di cui abbiamo bisogno.
La Spiritualità intesa come quella parte di noi che non si riduce ai risultati e ai numeri. Che sente il peso di una storia, la bellezza di un legame, il senso di quello che fa. Quando la riconosci, invece di ignorarla, diventa una spinta. Prima per te. Poi per chi ti sta intorno. Aiuta la fiducia, aiuta i legami, aiuta, alla fine, la comunità educante stessa.
Ed è qui che arriviamo al quinto capitolo. E alla parola che sta al centro del mio lavoro da anni: comunità educante.
Don Luigi Ciotti lo dice in modo diretto: sogniamo delle città educative, perché educare è una sfida che ha bisogno di tutti. Non solo della scuola. Non solo della famiglia. Di un intero contesto che decide di prendersi cura di chi cresce al suo interno.
Per costruire questo contesto serve qualcuno che sappia animarlo.
E animare, lo ricorda Mario Pollo nell'antologia, non significa intrattenere. Significa dare vita. Uno strumento musicale è materia inerte, ma se lo suoni lo animi. È esattamente questo che fa chi lavora in comunità: crea le condizioni perché la vita emerga, anche dove sembra assente. L'animazione sociale è una delle competenze fondamentali di chi fa sviluppo di comunità. Non l'unica, ma una che non puoi togliere. Perché senza quella capacità di dare vita, il lavoro rischia di restare tecnico. Efficiente, magari. Ma freddo.
Su questo Pier Cesare Rivoltella ha costruito un modello chiamato Tecnologie di Comunità. Al centro c'è una figura: il tutor di comunità. Una figura che mette insieme tre competenze: l'animazione sociale, la media education e l'educazione al digitale, e la dimensione educativa in senso più ampio. Non tre cassetti separati. Tre competenze che si parlano. È un profilo impegnativo. E per questo ancora raro.
Ho provato, a concretizzarlo. Nel centro storico di Genova ho lavorato a un progetto di comunità che aveva tutto quello che serve: la visione, le competenze, le persone giuste. Eppure non ha attecchito come speravo. I tempi non erano ancora maturi.
Quella esperienza mi ha insegnato una cosa importante: la comunità educante non si progetta, si accompagna. Crei le condizioni perché emerga. E questo richiede una pazienza particolare, una pazienza che, torno al quarto capitolo, ha qualcosa di spirituale. Vuol dire rinunciare al controllo senza perdere la direzione. È una delle cose più difficili che conosca in questo lavoro.
Chiudo con una domanda che mi porto dietro spesso, e che attraversa tutti e due questi capitoli.
Cosa rendi vivo, nel tuo lavoro di ogni giorno?
La risposta dipende da come entri in relazione con le persone. Da quanto sei disposto a portare dentro il lavoro anche quella parte di te che non si misura, ma che si sente.
La tenerezza di cui parla Tokarczuk. L'amore alla vita di cui parla Pollo. La cura per il territorio di cui parla Ciotti. Lo sguardo lento sui luoghi e sulle persone di cui parla Arminio.
È da lì che comincia la comunità educante. Ed è da lì che cominciano, ogni volta, le connessioni educanti.