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Cosa significa trovare il proprio 'luogo di pace' nel cuore del centro storico di Genova? E come può la danza africana trasformare l'ansia da palcoscenico in un messaggio di uguaglianza? Oggi a Connessioni Educanti facciamo un esperimento: uniamo le voci. Ma questa volta iniziamo dai veri protagonisti, i ragazzi del quartiere che ci hanno messo il corpo e il cuore, per poi spostarci dietro le quinte con Elena e Roberta, le tutor di comunità dell'Hub Marinelle.
Sigla
Claudio Pesci: Oggi mi trovo in Piazza delle Marinelle e sono insieme con un gruppo di ragazzi e ragazze che hanno preparato un bellissimo spettacolo qualche giorno fa. Lo spettacolo faceva parte del Festival della danza Africana "Noo Ko Bok" ed è stato uno spettacolo molto bello, tenuto giovedì pomeriggio. Intanto vi presento le persone che sono con me, i ragazzi e le ragazze che sono con me.
Ciao a tutti, io mi chiamo Rose. Io mi chiamo Methmi Io mi chiamo Emily. Io mi chiamo Momi. Io mi chiamo Marvel. Io mi chiamo Nishat. Io mi chiamo Thiaba. Io mi chiamo Nihal.
Claudio Pesci: Allora, è più o meno una settimana che è terminata la danza africana. Io so che questo spettacolo l'avete preparato nel tempo insieme. Quante volte vi siete visti?
Ragazze/i: Cioè, come ogni venerdì, ci affacciavamo sempre per fare le prove per questo teatro, ma ci abbiamo messo come cinque o quattro mesi per provare questo spettacolo.
Claudio Pesci: Quindi una volta alla settimana vi vedevate. Ma con chi vi vedevate?
Ragazze/i: Sì, ci vedevamo con un'attrice, una ragazza che lavora e fa teatro.
Claudio Pesci: Quindi proprio di mestiere, di professione.
Ragazze/i: Sì, e ci aiutava a fare lo spettacolo.
Claudio Pesci: Ho capito. E questo spettacolo ha un titolo, se non sbaglio, che avete preparato. Qual è?
Ragazze/i: "Qual è il mio luogo di pace?".
Claudio Pesci: "Qual è il mio luogo di pace?", sì, sì. Ora che lo dici, mi ricordo anch'io. Ma sentite, questo titolo, questo tema, come mai lo avete scelto? Qual è il motivo? C'è un motivo particolare o è venuto così spontaneo? Ne avete parlato?
Ragazze/i: Perché, cioè, lo spettacolo parlava della pace.
Claudio Pesci: Ecco. Ma è vero, ma è stato scelto proprio perché volevate dare un messaggio insieme? Perché "Il mio luogo di pace" effettivamente è un titolo molto particolare.
Ragazze/i: Sì, sì, perché infatti, cioè, ogni persona diceva qual era il suo luogo di pace.
Claudio Pesci: E se tu dovessi dire il tuo luogo di pace qual è, cosa mi diresti?
Ragazze/i: Era stare con una persona che, cioè, è importante con me, però è venuta a mancare.
Claudio Pesci: Ho capito, ho capito. E quindi quando tu ci pensi, per te è il tuo luogo di pace. Ascoltate, io tra l'altro vi ho visto durante lo spettacolo e siete stati bravissimi, veramente, devo dire. E vi assicuro che non sono l'unico a dirlo perché tutti erano molto contenti. Voi come vi siete sentiti quando, in qualche modo, avete visto tutte queste persone? Perché non è facile.
Ragazze/i: Boh, prima c'avevo l'ansia, perché avevo visto qualcuno, quindi non volevo più fare lo spettacolo...
Claudio Pesci: Ma senti, avevi l'ansia perché? Cioè, ti sentivi non pronta?
Ragazze/i: Sì, tanta ansia... Però poi l'hai fatto.
Claudio Pesci: E com'è andata?
Ragazze/i: Bene.
Claudio Pesci: Bene! Vi faccio un'altra domanda, già che ci siamo, se qualcuno vuol rispondere. Per voi fare un festival sulla danza africana, oltre al vostro spettacolo, sapete che ci sono stati poi degli spettacoli ulteriori, anche a teatro... Secondo voi che significato ha per una città come Genova proporre uno spettacolo del genere? Perché forse è una delle prime volte, non sono state tante le edizioni di danza africana. E ha portato la cultura di tanti paesi, tra l'altro. Secondo voi, questa danza, questo festival, il vostro spettacolo che voleva parlare di pace, di incontro tra le persone, tra le culture, ha centrato il segno? Ha dato questo messaggio nel centro storico?
Ragazze/i: Sì. Sì, cioè perché magari, tipo, era tipo un ballo di una cultura, quindi molte persone vedevano questa cultura africana.
Claudio Pesci: Ecco, dici una cosa molto interessante. Secondo me è proprio questo l'aspetto centrale: il fatto di incontrare una cultura che si conosce poco e che in qualche modo effettivamente apre anche un po' gli occhi a tutti, anche ai cittadini, insomma a chiunque abiti in questo quartiere. Sentite, e se vi chiedo una cosa bella che ognuno di voi porta con sé dopo aver fatto questa esperienza di danza africana, dello spettacolo, cosa mi direste?
Ragazze/i: Per me l'esperienza più bella è stata stare con tutti i miei amici e ballare e fare, come dire, questo teatro, che anche mi è piaciuto un po'. Vorrei farlo di nuovo e mi è piaciuto molto.
Claudio Pesci: Quindi rilanciamo l'idea: bisogna rifarlo. Assolutamente, sono d'accordo con te. E qualcun altro che ha partecipato? Io mi ricordo di voi, che eravate dei ballerini niente male, eh! Quindi... Tu come ti chiami, che sei arrivata adesso?
Ragazze/i: dice il nome.
Claudio Pesci: Ok, grazie. Dimmi, allora, la domanda che ho fatto: cos'è che ti porti con te dopo questa esperienza di spettacolo in piazza?
Ragazze/i: L'esperienza più bella è stata conoscere Elisa e anche i suoi amici, poi anche, come ha detto lei, stare tutti insieme. Il tempo che abbiamo dedicato è stato bello, e poi il risultato che è venuto mi è piaciuto tanto.
Claudio Pesci: Ok, grazie, grazie mille. E se doveste dare un suggerimento a qualcuno perché si faccia un altro spettacolo il prossimo anno, avete in mente qualche tema? Qualche cosa da proporre di nuovo, da suggerire?
Ragazze/i: L'uguaglianza.
Claudio Pesci: L'uguaglianza. Perché l'uguaglianza? Spiegami meglio... No, perché è molto bello quello che dici.
Ragazze/i: Cioè, forse, cioè, per far capire a tutti che, insomma, siamo tutti uguali.
Claudio Pesci: Giusto, giusto. Perché Njoko Boko, lo spettacolo che avete fatto, c'entrava molto anche su questo argomento, assolutamente. E sentite, rispetto alla piazza, rispetto anche poi lo spettacolo che è seguito dopo, che era molto particolare, in cui c'era Mame vestito da leone... Voi su quello cosa dite?
Ragazze/i: Cioè, allora, c'è questo vestito più che altro, cioè non lo so se c'è in altri paesi africani, ma più che altro nel mio paese, cioè nel Senegal...
Claudio Pesci: E tu sei del Senegal, ecco, spiega un po' perché...
Ragazze/i: Cioè, sinceramente, io... cioè non ne so molto di questi travestimenti. Però tipo, non so, spesso li vedi in giro... cioè non so, che tipo ti inseguono... Non ne so molto bene di questo leone.
Claudio Pesci: Ho capito, ma a te è piaciuto?
Ragazze/i: Beh, cioè io non c'ero, però comunque... cioè ho visto delle foto, però comunque sì, cioè...
Claudio Pesci: E chi c'era? Questo tipo di spettacolo è piaciuto? Passatevi il microfono, eh, che è uno solo.
Ragazze/i: Quando son venute le maschere mi sono un attimo spaventata. Vedevo come delle persone o come degli animali che andavano in giro, mi faceva un po' spaventare. Ma poi era divertente guardarli, ridere, far spaventare gli altri.
Claudio Pesci: Ho capito. Effettivamente è vero che un po' spaventosi lo erano all'inizio, eh. Ti faccio una domanda diretta: come ti sei trovato allo spettacolo? Bene o male?
Ragazze/i: Bene.
Claudio Pesci: Ti è piaciuto ballare?
Ragazze/i: Sì.
Claudio Pesci: Perché? Ti piace ballare?
Ragazze/i: Ballare no.
Claudio Pesci: Non ti piace ballare?
Ragazze/i: No, no, no.
Claudio Pesci: E cosa ti è piaciuto dello spettacolo? Recitare, stare insieme agli amici?
Ragazze/i: Sì, stare insieme agli amici.
Claudio Pesci: E a te, cosa ti è piaciuto dello spettacolo?
Ragazze/i: Quando abbiamo ballato.
Claudio Pesci: A te piace ballare?
Ragazze/i: Non tanto.
Claudio Pesci: Comunque ballavate tutti bene, eh! Io non lo so, non vi piacerà, ma eravate tutti molto bravi a ballare, insomma devo dire che ve la sete cavata bene. Bene, siamo alla conclusione. Vorreste dire qualcosa alle persone che ci ascoltano?
Ragazze/i: Cioè, è stata una bella esperienza e spero che la facciano pure loro, quelli che vogliono.
Ragazze/i: E io ho da dire che è un'esperienza molto bella e che le persone che hanno voglia di farlo, però non lo fanno perché si vergognano, volevo dire che lo possono fare perché è una cosa troppo bella. Ci si sente benissimo, e le persone che ci sono intorno è come se non ci fossero, perché siamo in un intorno solo con noi stessi.
Seconda parte
Claudio Pesci: Ho appena finito di parlare con i ragazzi e le ragazze del centro storico. Abbiamo un po' raccontato cosa è stata l'esperienza del Festival della danza africana e soprattutto lo spettacolo che hanno fatto il giovedì della settimana scorsa. Adesso mi trovo con Roberta Pettinato ed Elena Nutini, che sono le due tutor di comunità dell'Hub di quartiere Marinelle. Buongiorno Elena, grazie per aver accettato l'invito.
Elena Nutini: Buongiorno.
Claudio Pesci: E buongiorno Roberta, grazie anche a te, insomma, per aver accettato l'invito. Allora, dicevo, è da pochi giorni che abbiamo concluso il Festival della danza africana, esattamente quattro giorni. Sono stati quattro giorni importanti, ma io vorrei partire un po' da quella che è stata la festa del giovedì, dove i ragazzi che hanno parlato prima sono stati coinvolti in questo spettacolo. Come avete vissuto questo momento di preparazione dello spettacolo, e soprattutto anche per quello che riguarda la scelta del titolo?
Roberta Pettinato: Allora, la scelta del titolo, "Qual è il mio luogo di pace?", è nata dal direttore artistico Pape, che voleva per questa edizione un po' avere come sfondo il tema della pace. E quindi, di conseguenza, anche sui ragazzi abbiamo scelto di declinare in questo senso l'attività che abbiamo preparato con loro. Per non lasciare che fosse troppo ampio, troppo generico, essendo che è anche un tema, giustamente, molto...
Claudio Pesci: Molto impegnativo, direi.
Roberta Pettinato: Molto impegnativo, ma di cui ormai sentono, nel bene o nel male, parlare tanto, abbiamo voluto andare un po' più nel loro quotidiano, e quindi cercare di far uscire da loro quale fosse nella loro quotidianità il loro luogo di pace e anche lavorare un po' su come loro possono essere portatori di pace. Il percorso è iniziato a gennaio, prima con un'attività con tutti i ragazzi del dopo-scuola, quindi la particolarità è che tutti i ragazzi hanno partecipato alla creazione del copione. E poi chi se l'è sentita è salito sul palco, diciamo, che poi era la piazza, e ha messo in scena lo spettacolo, in cui cercavano di, appunto, raccontare un po' per loro che cos'era questo luogo di pace. Dopo qualche incontro fatto esclusivamente con degli educatori, poi siamo passati a una fase più teatrale e con il supporto di due attori, Elisa e Pietro, abbiamo iniziato a entrare più in gioco sull'aspetto del teatro, quindi partendo da delle tecniche su come si sta sul palco, a giochi di movimento di vario genere, e fino poi alla messa proprio in scena dello spettacolo.
Claudio Pesci: Ecco, in questa esperienza, oltre al centro storico ragazzi, ha anche partecipato la staffetta della cooperativa Il Melograno e l'Hub di quartiere Marinelle. Se hai voglia, Elena, di dire giusto quattro parole su cos'è l'Hub di quartiere Marinelle, in modo che così i nostri ascoltatori conoscano questa nuova realtà. E innanzitutto, dove si trova?
Elena Nutini: Si trova in Piazza delle Marinelle, quindi una piazza vicino a Via Prè, a cui si accede da Via Prè o da Via Balbi. E qui si trova questo spazio che è l'Hub Marinelle, che è uno spazio... in questo momento anche che si apre sulla piazza da poco ristrutturata, uno spazio a disposizione della gente del quartiere. Al suo interno si svolgono tutta una serie di attività di associazioni che collaborano con noi, ed è uno spazio che sempre di più vorrebbe diventare un punto di incontro per tutta la gente che vive il quartiere, sia per situazioni strutturate come quelle che già ci sono, come per esempio il corso di italiano di Semi Foresti, sia per momenti di incontro tra persone che hanno voglia di incontrarsi e incontrare noi.
Claudio Pesci: Ecco, ascolta Elena, per te cosa ha significato il Festival della danza africana e lo spettacolo del giovedì per l'Hub di Marinelle?
Elena Nutini: È stato un momento molto bello perché si è respirato proprio il tema della pace, che poi è stato ripreso anche durante le altre attività del festival. In quel momento in piazza, a parte che la piazza era bellissima, colorata, vivace, vissuta... C'erano tante persone, tanti bambini, tanti adulti.
Claudio Pesci: Faccio una domanda allora a Roberta, sempre agganciandomi al tema della pace. Secondo la tua esperienza, che hai seguito i ragazzi in questa preparazione dello spettacolo, com'è che vivono questo momento storico, poi di fatto, perché si parla di pace, ma in qualche modo noi siamo anche in un momento di guerre seminate per il mondo. C'è stato un ritorno in qualche modo oppure avete protetto i ragazzi, avete cercato di affrontare il tema da una prospettiva diversa?
Roberta Pettinato: Allora, i ragazzi sono costantemente bombardati, cioè costantemente gli viene raccontato di tutte le guerre che ci sono intorno a loro e purtroppo sono anche un po' sottoposti a delle immagini spesso anche un po' violente rispetto all'età che hanno. È giusto che sappiano ciò che succede intorno a loro, ma è chiaro che se poi, per l'età che hanno, vengono sovrastimolati, è un po' rischioso perché questo chiaramente fa paura e non tutti hanno gli strumenti per gestirla. Un po' anche per questo abbiamo deciso di calare il tema della pace più nel nostro quotidiano. E quindi siamo partiti dal fatto, dalla questione della presenza della guerra intorno a noi, anche perché alcuni di loro arrivano da luoghi purtroppo dove ci sono dei conflitti, però poi abbiamo voluto un po' più declinare l'attività sul loro quotidiano e come loro possano essere portatori di pace.
Claudio Pesci: Mi viene in mente un'altra domanda da fare invece per quanto riguarda, Elena, il discorso dei giorni che sono poi seguiti al giovedì, che tu hai seguito per tutti i giorni restanti del festival. Che percezione hai avuto, oltre alla partecipazione, proprio rispetto a questo messaggio? C'è stata una partecipazione solo artistica, estetica, o è stato anche un creare un clima?
Elena Nutini: Io ho percepito molto un clima di pace, sia nell'incontro tra persone che provenivano da posti molto diversi, perché qui abbiamo incontrato veramente persone provenienti da tutta Europa e oltre, sia molto più nel piccolo in quello che abbiamo portato, per esempio, con i bambini più piccoli di quelli che hanno partecipato al giovedì, per esempio i bambini di staffetta. Sia ovviamente poi in quello che è stato messo in scena, per esempio, al Teatro della Tosse, che è stato un messaggio molto potente e molto bello e che si è continuato a percepire in tutti i momenti dei giorni seguenti. Nonostante alcuni intoppi che, insomma, sicuramente ci sono stati, ma secondo me...
Claudio Pesci: Beh, è stata un'organizzazione complessa, insomma...
Elena Nutini: È stata un'organizzazione complessa, assolutamente, ma nonostante questo, anche proprio nella complessità dell'organizzazione, non ci si è mai arresi proprio perché l'idea era quella di portare un messaggio importante, al di là della danza.
Claudio Pesci: E senti una cosa, essendo tu anche una pedagogista che lavora nel territorio del sestiere di Prè, questa contaminazione tra la cultura e l'educazione, tanto più questa apertura alla danza africana che apparentemente può non c'entrarci niente con il lavoro educativo di tutti i giorni... Secondo te, invece, è una cosa che può essere utile per il lavoro educativo quotidiano con i ragazzi e con le famiglie con cui lavori, oppure no?
Elena Nutini: Assolutamente sì, tanto che abbiamo già delle idee su come continuare a portare avanti, anche nelle nostre realtà quotidiane, queste cose. E stiamo riflettendo su come fare anche con l'aiuto non soltanto dei bambini con cui lavoriamo tutti i giorni, ma anche delle loro famiglie, perché c'è sicuramente una stretta connessione tra questi aspetti.
Claudio Pesci: E i residenti che frequentano l'Hub? Perché ho visto che erano presenti anche loro. Come l'hanno vissuta? C'era diffidenza? Perché effettivamente era d'impatto...
Elena Nutini: Sì, c'erano, l'hanno vissuta bene, hanno partecipato con gioia. Sarebbe bello se partecipassero sempre di più anche proprio le persone che vivono il quartiere.
Claudio Pesci: E secondo te è possibile farlo?
Elena Nutini: Assolutamente, noi ci lavoriamo perché questo possa avvenire. Non è facilissimo perché poi ognuno è preso sempre da mille cose e dalla propria quotidianità, e quindi capisco che non sempre sia facile, ma la risposta la stiamo vedendo anche in alcune attività che facciamo qui all'Hub, per esempio con le donne e con gli anziani del quartiere. Ci lavoriamo, e sicuramente speriamo di andare avanti su questa strada.
Claudio Pesci: Ecco, giro esattamente la stessa domanda a Roberta, anche dal tuo punto di vista. Questo approccio all'arte collegato al nostro lavoro educativo... Fermo restando che io sono convinto che il lavoro educativo ha molto a che fare con l'arte, e soprattutto c'è la voglia di far emergere una cultura diversa dalla nostra, che comunque respiriamo tutti i giorni. Qual è la reazione delle persone che vivono qui, sia di altri paesi, ma anche di chi vive da tempo qua in centro storico? Tu che percezione ne hai?
Roberta Pettinato: Allora, per noi è stato molto importante sia tutto il percorso di progettazione e di preparazione allo spettacolo, sia il festival in generale. Questo perché comunque mettere insieme nel campo educativo anche l'arte ci permette di portare i ragazzi e i bambini un po' più in alto, cioè di sognare un po' più in grande e anche di educare al bello, mi viene questa parola. Questo tema secondo me è molto importante, soprattutto in luoghi che per definizione vengono immaginati brutti, come il sestiere di Prè. E quindi significa capovolgere un po' le cose. Ed è anche un po' l'idea di Mame, del direttore artistico, che vuole dare un'idea della cultura, in questo caso africana, un po' diversa, che possa portare qualcosa. Lui dice sempre: "A me l'Italia ha dato molto da quando sono arrivato, mi ha accolto e tutto quanto, mi piacerebbe ridare qualcosa e far capire che la cultura e l'arte africana possono dire qualcosa". E questo, tra l'altro, sia all'Hub, ma anche con i ragazzi e con i bambini, ci ha permesso in questi mesi di agganciarci anche ad altre realtà con cui prima faticavamo, per mille motivi, a entrare in contatto, come associazioni magari senegalesi (ora mi viene in mente che è quella con cui in questo momento abbiamo più contatti). Piano piano sempre di più stiamo imparando come approcciare anche le altre culture, non solo dal nostro punto di vista, ma dal loro, che poi è la cosa anche un po' più difficile, perché noi poi abbiamo una nostra idea, una nostra immagine di come dovrebbe essere l'inclusione e l'accoglienza, ma poi farla concretamente è un'altra storia. Questo l'abbiamo visto: essendo che il team operativo del festival era composto da diverse culture, su questo ci siamo andati anche a scontrare, in senso buono. Siamo tutti cresciuti, a mio parere, ed è stato molto arricchente.
Claudio Pesci: Tra l'altro colgo l'occasione per dire che in uno dei prossimi podcast farò una chiacchierata con Mame Ali, che appunto è il direttore artistico del festival, assolutamente andrà fatto. Allora, ci stiamo un po' avviando verso la conclusione, e io faccio sempre una domanda di rito a chi partecipa a questo podcast, a Connessioni Educanti. Se doveste lasciare, in una cassetta degli attrezzi ideale, qualcosa in relazione a questa esperienza, cosa lascereste? Può essere un'idea, può essere un oggetto, può essere quello che volete. Voi che ascoltate non vedete le loro facce, ma sono meravigliose... Qua ci vuole la fantasia dell'educatore, insomma...
Roberta Pettinato: Io non sono molto fantasiosa. A me viene in mente l'ascolto, nel senso che, appunto, un po' come dicevo prima, quando si fa questo lavoro si pensa anche un po' di sapere come certe cose vanno fatte, come si coinvolgono le persone di altre culture. E invece riuscire davvero ad ascoltare chi hai davanti, in modo sensato, in modo attivo, ti apre dei mondi proprio inaspettati.
Claudio Pesci: Elena, vuoi aggiungere qualcosa?
Elena Nutini: Mi piacerebbe lasciare una possibilità, nel senso che mi piacerebbe che da questa esperienza nascessero tante altre mille possibilità di pace e, come diceva prima Roberta con una cosa molto bella, che l'idea del bello possa prendere sempre più il sopravvento rispetto a tutte le cose brutte che ci sono, perché non possiamo negare che in questa zona ci siano. Ma lasciamoci questa possibilità.
Claudio Pesci: Bene, io vi ringrazio. Grazie Elena, grazie Roberta, per aver detto queste cose belle.