In questo episodio, il ventiseiesimo, ti parlo di educazione come arte, e ti anticipo già che quello che chiameremo bellezza non è affatto un lusso.

Da qualche tempo sto lavorando con un materiale che mi ha preso molto: “l’Antologia del lavoro sociale educativo e di cura” di Animazione Sociale. È una raccolta densa, generosa, piena di voci diverse: pedagogisti, educatori, psicologi, artisti, filosofi, poeti.

Me ne servo come stimolo, come punto di partenza per ragionare insieme su temi che mi stanno a cuore. In questa puntata e nelle prossime ne prendo di volta in volta due o tre capitoli, che a prima vista sembrano distanti ma che, spesso, si tengono in modo sorprendente. Oggi è il turno dell'apprendimento con tutto il corpo, e della bellezza come risorsa educativa.

Sigla

Quante volte, parlando di educazione, parliamo di testa? Di contenuti da trasmettere, di competenze da sviluppare, di obiettivi da raggiungere. Come se imparare fosse una faccenda della mente, e la mente stessa da qualche parte, separata dal resto.

Eppure basta stare un po' in mezzo alle persone, bambini, ragazzi, adulti, per accorgersi che non funziona così. Che quando qualcosa viene davvero capito, lo senti nel corpo. Che quando qualcosa tocca davvero, lascia un segno che non è solo cognitivo.

E allora voglio partire da un'idea che per me è sempre più centrale: la pedagogia e l'educazione hanno a che fare con l'arte. Sono, in un senso profondo, una forma d'arte. Non perché siano belle da vedere, ma perché come l'arte lavorano sull'umano intero: sul corpo, sulle emozioni, sull'immaginazione, sul senso. Non si riducono a tecnica, non si esauriscono in metodo. Richiedono presenza, sensibilità, capacità di stare nella relazione con tutto sé stessi.

Nei luoghi in cui si educa, e intendo tutti i luoghi, non solo la scuola: i centri educativi, le comunità, le associazioni, le famiglie, le strade di un quartiere, non arriva mai solo la mente di una persona. Arriva tutta la persona. Con il suo corpo, le sue emozioni, la sua storia, le sue relazioni.

Eppure da sempre l'educazione, in molte delle sue forme, ha parlato soprattutto alla testa. Come se fossimo fatti di cervello e basta. Come se emozioni, relazioni, movimento fossero rumori di fondo da tenere sotto controllo perché non disturbino il vero lavoro.

C'è poi un secondo passaggio che mi sembra cruciale, e riguarda la differenza tra ricevere informazioni e fare esperienza.

Viviamo in un'epoca di abbondanza di stimoli. Parole, immagini, notifiche, contenuti, in quantità incomparabilmente superiore a qualsiasi altra epoca della storia.

Davide Fant e Carlo Milani, in Pedagogia hacker, scrivono che siamo bulimici di informazioni, sferzati da flussi di dati che ci attraversano in quantità molto maggiore alla nostra capacità di rielaborarli. E questo sovraccarico riduce la possibilità di produrre senso. I vissuti quotidiani si coagulano in frammenti che passano senza lasciare traccia. Non è una questione di demonizzare nulla. Gli strumenti digitali fanno parte della vita delle persone, e la comunità educante li abita insieme a loro.

La comunità educante è, tra le altre cose, proprio questo: un contesto in cui i fatti diventano esperienze perché c'è qualcuno che li accompagna, li nomina, li restituisce con senso.

E qui arriviamo al punto che più mi sta a cuore. Se l'apprendimento ha bisogno di corpo, di sensi, di esperienza, allora ha bisogno anche di bellezza. Di arte. Di poesia. Non come ornamento, non come pausa ricreativa tra una cosa seria e l'altra. Ma come linguaggio del conoscere.

Ed è qui che l'idea di educazione come forma d'arte si fa più concreta.

Francesco Cerrato, educatore professionale, dice che fare politica è creare bellezza. Che i processi finalizzati alla cura, per essere davvero utili, devono essere belli. È una provocazione seria: quella bellezza così spesso maltrattata e emarginata nel lavoro sociale è in realtà una dimensione etica e politica. La cura del bello non è un vezzo, è un atto educativo.

E poi c'è la poesia. Che è forse la forma più radicale di questo discorso. Animazione Sociale la chiama la lingua del sacro, non in senso confessionale, ma nel senso di ciò che ci ricorda che siamo fatti per le domande e non per le risposte. Sono le domande che ci mettono in cammino. La poesia è la lingua della soglia, tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non riusciamo a dire.

La comunità educante ha bisogno di questo sguardo poetico, non come decorazione, ma come capacità di vedere quello che l'abitudine rende invisibile.

Gianni Rodari ci ricordava che la creatività è pensiero divergente, la capacità di rompere gli schemi, di scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti. E aggiungeva: sviluppiamo la creatività di tutti, perché il mondo cambi. Non la creatività di pochi, non come talento speciale. La creatività di tutti, come condizione umana da coltivare insieme.

Il corpo che apprende, l'esperienza che dà senso, la bellezza che tiene svegli, la poesia che fa le domande giuste. Non sono temi separati. Sono facce della stessa cosa: un'idea di educazione che prende sul serio la persona intera, in tutti i contesti in cui avviene.

La comunità educante non è solo un luogo in cui si trasmettono saperi. È un luogo in cui si coltiva la capacità di stare al mondo con tutto sé stessi. Ed è forse per questo che chi educa, in fondo, deve essere un po' artista. Non nel senso di saper dipingere o recitare. Nel senso di saper vedere, saper creare spazio, saper accendere qualcosa.

Papa Francesco, parlando all'assemblea plenaria del Dicastero per la Cultura e l'Educazione nel novembre del 2024, lo ha detto con parole chiare: il mondo non ha bisogno di ripetitori sonnambuli di quello che c'è già. Ha bisogno di nuovi poeti sociali.

Nuovi poeti sociali. Mi piace pensare che chi lavora in educazione, insegnanti, educatori, psicologi, animatori, pedagogisti, genitori, volontari, possa essere questo. Non chi trasmette, ma chi accende. Non chi riempie, ma chi apre.