Prè-visioni - 5a puntata 2023
Buongiorno, buon pomeriggio o buonasera a chi mi ascolta. Sono Claudio Pesci, pedagogista ed educatore professionale e da diversi anni mi occupo di progetti di comunità, anche attraverso il digitale. L'obiettivo è sperimentare nuove forme di comunicazione e dare il mio contributo al lavoro educativo e sociale.
Per costruire un progetto di comunità nel Sestiere di Prè, credo sia importante ascoltare le persone che ci vivono o ci lavorano. Questo non solo per dare loro voce o per far emergere le criticità di un territorio certamente complesso, ma anche per cogliere la bellezza di una comunità che può diventare inclusiva.
Le puntate precedenti hanno visto come ospiti persone che, con diversi ruoli, si occupano di educazione. Oggi, per la prima volta, ascolteremo chi lavora nel commercio. Per questo, ho il piacere di ospitare Carlo Traverso, che gestisce un'attività economica storica e molto conosciuta sia nel Sestiere che nella nostra città: la bottega di formaggeria al numero 63 rosso, di fronte alla Chiesa di San Sisto, in via Prè.
Carlo ha respirato l'aria di bottega fin da bambino, con la sua famiglia, e ha conosciuto negli anni molte persone e diverse realtà, sia economiche che sociali. Per questo, è un testimone importante della storia di via Prè.
Buongiorno Carlo e benvenuto.
Carlo: Grazie, buongiorno a voi e grazie per quello che fate.
Claudio: Grazie a te, Carlo, per la tua disponibilità a raccontare la tua esperienza. La prima domanda che ti faccio è questa: da quando esiste la tua bottega in via Prè?
Carlo: Dunque, i miei genitori, mia mamma e mia zia, l'hanno aperta nel 1956, e poi pochi anni dopo è arrivato mio papà. È sempre aperta dal 1956.
Claudio: E tu da quando hai iniziato a lavorarci?
Carlo: Io dal 1984.
Claudio: Sempre al 63 rosso?
Carlo: Sempre lì, sì, sempre al 63 rosso, di fronte alla chiesa.
Claudio: In quale periodo hanno iniziato a chiudere gli esercizi commerciali? Ricordi un periodo preciso e, soprattutto, cos'è che è cambiato?
Carlo: Prima era tutto diverso, nel senso che era proprio una zona popolata. C'erano tante famiglie di residenti, logicamente lavoratori che lavoravano nel porto. Era una zona popolosa e popolare. Poi, piano piano, con il piano di restauro, le famiglie sono state allontanate, hanno scelto di andare a vivere in altre zone, diciamo, più a monte. È diventata una zona quasi disabitata e adesso c'è l'ondata dell'immigrazione che, comunque, è riuscita a ripopolarla.
Infatti, ricordo delle sere, quando c'erano i ponteggi per i famosi restauri che sono durati secoli, attraversavi la via ed era completamente buia e disabitata. Probabilmente il problema è stato quello: invece di restaurare un palazzo alla volta, ne hanno vuotati, non dico tutti, ma gran parte, per poi impiegarci un sacco di tempo, anni e anni e anni, prima di riportarci le famiglie.
Claudio: Scusa Carlo, una domanda. Tu prima hai usato la parola "restauro". Cosa intendi precisamente?
Carlo: Io ricordo da bambino piazza dei Troccoli di Santa Brigida, che attraversavo e mi sembrava un posto bellissimo. Poi è stato chiuso con le lamiere per 30 anni, senza poter avere accesso. Rifacevano i palazzi, però i restauri sono durati veramente tanto. Le famiglie da lì le hanno spostate, magari con la promessa di tornare, però se passano 10-15 anni, poi alla fine non torna più nessuno. Certo, abitudini diverse: ti abitui ad avere la macchina sotto casa, sono realtà completamente diverse. Prè è in centro, però certe comodità che puoi avere, non so, in Circonvallazione a monte, non le hai. E poi, quando ti rifai una vita da un'altra parte, non ci torni più.
Claudio: Ma in quale periodo hanno iniziato a chiudere gli esercizi commerciali? Ricordi un periodo preciso? E soprattutto, cos'è che è cambiato?
Carlo: Probabilmente non c'è stato ricambio generazionale, perché c'erano proprio tanti negozi. Quando a Prè c'erano 8 salumieri, per dire, e adesso c'è rimasto il più scemo (ride). Però, magari i figli non hanno scelto di fare altre cose. Giustamente, la zona iniziava a calare. Un po' di crisi economiche, una cosa o l'altra, non sei più riuscito a cedere le licenze, è cambiato tutto. Comunque, le abitudini diverse. Praticamente la figura della massaia e della casalinga non c'è quasi più, il tempo è sempre poco, si lavora tutti e due in famiglia, vai in un supermercato e compri tutto.
Prima c'erano le casalinghe che scendevano a fare la spesa a Prè. Il mercato di Prè, io lo ricordo, era un posto incredibile. Tutta la struttura interna e tutta la zona dove ora ci sono i parcheggi, era tutta piena. Era un brulicare di gente, oggi non ci crede quasi nessuno. Noi diciamo che ci sono pochi parcheggi, ma prima non ce n'erano. Adesso mettono due o tre persone sul mercato che fanno dei lavori, ma portano via quattro parcheggi che per noi sono un danno incredibile dal punto di vista commerciale. Non ti sognavi neanche di entrare con una macchina, erano tutti banchi di frutta e verdura, e lavoravano tutti. C'era gente specializzata in frutti di mare, era una roba… oggi non ci crede nessuno, non c'è niente di simile.
Claudio: Una cosa che ho notato è che ad acquistare nel tuo negozio vengono anche da fuori del centro storico, è corretto?
Carlo: Magari quelli affezionati negli anni ci mancherebbe, però i fatichi a un'altra parte non si preoccupano di nuovi perché è l'ultima arrivata. Il tema è proprio una questione di tempo dedicato a fare la spesa. Le famiglie, che magari se sono solo in casa, vanno al supermercato alle 10 di sera, comprano tutto quello che serve e in dieci minuti hanno fatto tutto. Non hai neanche il tempo di dedicare dieci minuti al formaggiaio, dieci al pesciaio, dieci al macellaio per comprare il pane.
Sempre nel discorso di prima dei restauri, c'era un forno che penso venissero da tutta Genova. Pastorino l'ha fatto chiudere per restaurare il palazzo e anche oggi penso che un forno che lavori così tanto non esista. Dove adesso c'è la panetteria della signora messicana, era gestito praticamente da due fratelli, due sorelle, che lavoravano tantissimo. Cioè, proprio una cosa incredibile.
Claudio: La tua bottega è vicino all'edificio dell'ex scuola San Giuseppe delle Suore Filippine in via Prè, che ricordi hai della scuola elementare?
Carlo: La scuola… io ricordo il via vai di bambini che adesso comunque manca, non lo vedi più. C'erano bambini accompagnati che andavano a scuola regolarmente e poi il passaggio con le suore. Adesso è bellissimo quando passate voi con i bambini, che vedi i ragazzini di tutte le etnie che ridono e scherzano senza nessuna differenza. Era un bel lavoro ed era molto importante per il quartiere, perché c'è ancora adesso un sacco di persone che ricordano che andavano a scuola dalle suore. Poi purtroppo il calo della popolazione ha portato anche alla chiusura.
Claudio: Abbiamo un sogno che coinvolge l'ex scuola San Giuseppe: quello di creare una Casa di Quartiere nei suoi spazi che, come sai, attualmente sono vuoti. E rivalutare anche una struttura per renderla fruibile ai residenti. Sarebbe fantastico, importantissimo. Ma tu pensi che nel Sestiere di Prè si possa costruire una comunità unita, nonostante le forti differenze e i problemi che la attraversano?
Carlo: La speranza è questa. Io ho fiducia nei giovani. Penso di sì. Non sarà immediato, sarà una cosa lunga, però sì, secondo me si può tentare di integrare, perché a oggi secondo me il problema è che non c'è un progetto di integrazione. Se costruisco un negozio per i senegalesi e poi sono tutti lì, si ricreano il loro ambiente lì e non si integrano. Bisogna tentare di essere aperti a tutti. Invece io al mattino quando pulisco per terra davanti al negozio saluto, e loro guardano strano se li saluti.
Claudio: Come patto di sussidiarietà del Centro Storico nel Sestiere di Prè, abbiamo iniziato a ragionare su come progettare, integrando le diverse culture che lo abitano.
Carlo: Vorrei che entrasse in gioco anche, oltre ai residenti, ai commercianti, a tutti, anche il Comune. Per esempio, il palazzo di fronte è tutto a pezzi che crolla, il 12/14. Sentiamo che vogliono rimetterlo a posto, e spero di no, voglio dire. Il Mercato sotto, pensiamo di aprirlo, che adesso abbiamo uno spazio, per delle mostre, qualcosa, fotografiche. Diamolo ai ragazzini che ci giochino, d'inverno se c'è brutto tempo, non lo so, però tentiamo di sfruttarlo. Qui è tutto chiuso, tutti gli abbandoni. Ora so che partiranno i lavori, credo, insomma, dopo l'estate, da quello che ho capito.
È sempre un partire e poi non vediamo mai partire niente. Allora che ti dicono anche, nel senso che tipo, scrivono in pompa magna che aprirà questo laboratorio per la produzione di dolci, fantastico. Pagine sul Secolo, passano tre anni e non hanno neanche messo un chiodo. Speriamo che l'unione faccia la forza, ora che stiamo cercando di unirci tutti tra commercianti, associazioni, abitanti. Speriamo sempre bene, però io non parlo, è chiaro, per me personalmente, ma per il quartiere.
Claudio: No, no, capisco. Siamo in conclusione e come sai al termine della puntata io rivolgo sempre una domanda al nostro ospite, che è quella di condividere con noi un sogno, una previsione per il Sestiere di Prè e per la sua comunità. Come vorresti veder cambiato il nostro Sestiere?
Carlo: Ma guarda, io vorrei quasi un passo indietro. Io ricordo che sembrava un paese al mattino. Passavano un sacco di persone, ti salutavano tutti: “Come va, come stai, cosa è successo, tutto bene?”. Vorrei questa maggiore unità, nel senso, era proprio bello.
Claudio: Speriamo che non, insomma, anzi, assolutamente non sarà solo un sogno, ma cercheremo insieme di tornare, come hai detto tu, a un paese, che è una bella immagine quella che ci hai dato. I miei figli dicevano "l'hai vista stamattina?" e io "no, perché non l'ho neanche vista". Era bellissimo, erano tutti molto più uniti, magari molto più poveri, ma molto più uniti. Ti ringrazio tanto per la tua disponibilità, per la tua presenza importante, insomma, per Prè e per la tua bottega, che è, insomma, un riferimento. Grazie mille, grazie a voi, buona giornata.
Claudio: Come è stato ricordato nella puntata precedente, "per educare un bambino ci vuole un villaggio", allo stesso modo Carlo oggi ci ha ricordato che un tempo il centro storico era un paese, una comunità. Ed è questa la forza e la bellezza del nostro centro storico, non solo per l'arte, per il turismo, per il commercio, ma soprattutto per quella dimensione umana di relazione che ha sempre avuto nei suoi vari e variegati contesti sociali e che dobbiamo recuperare. Nelle prossime puntate ascolteremo altre persone che vogliono costruire bellezza per realizzare una comunità educante e inclusiva, e raccoglieremo testimonianze che potranno suggerire una strada giusta da percorrere, o per meglio dire, che faranno previsioni per uno sviluppo di comunità. A presto!