Claudio Pesci: Buongiorno, buon pomeriggio o buonasera a tutti. Sono Claudio Pesci, pedagogista. Mi occupo di tecnologie di comunità per sostenere progettazioni che realizzino comunità educanti, sperimentando nuove forme di cittadinanza attiva.

Nella puntata precedente abbiamo raccontato Via del Campo e il suo legame con Fabrizio De André. Oggi ci spostiamo di pochi metri, nel Sestiere di Prè, per visitare un luogo dal forte valore simbolico nell’ex Ghetto ebraico: Piazza Don Andrea Gallo, prete di strada. Fino al 18 luglio 2014 questa piazza non esisteva; era un’area di ruderi e fondamenta di palazzi crollati, ridotta a discarica a cielo aperto.

Domenico Chionetti, portavoce storico della Comunità San Benedetto al Porto, scrisse su Repubblica: “Don Gallo, l’uomo che ha dato un nome a chi non lo aveva, ha dato un nome anche a questa piazza dimenticata”. Oggi Megu — come tutti lo chiamano — è qui con noi. Vive a Prè con la sua famiglia ed è il nostro ospite. Benvenuto, Megu.

Megu: Grazie Claudio per l’invito e per l’attenzione a queste riflessioni su Previsione.

Claudio Pesci: Megu, raccontaci la genesi di questa piazza. Perché è stato scelto proprio quel luogo?

Megu: La piazza non nasce per celebrare qualcuno, ma da un’intuizione di Don Gallo e della Comunità: era il cuore da cui far ripartire la rigenerazione urbana dell’ex Ghetto. All'epoca era una discarica vera e propria: mobili, carcasse di auto, materassi. Era uno spazio sottratto alla città, usato solo per il consumo di eroina dietro infiniti ponteggi.

Capimmo che serviva una riappropriazione sociale. Grazie a una felice concomitanza di visioni — inclusa quella dell'allora amministratore della magistratura di Genova — ottenemmo un piccolo ufficio a piano strada, che oggi è il "Portierato di Piazza Don Gallo". La prima bonifica avvenne nel 2009, in occasione del decennale della morte di De André. Insieme al Comune e a varie realtà urbane, organizzammo un evento parallelo alla mostra di Palazzo Ducale, portando la musica nei luoghi cantati da Fabrizio. Don Gallo teneva molto a distinguere il degrado fisico (le strade sporche) da quello umano: per lui le persone non erano mai "spazzatura". Quando Don Andrea è mancato, la piazza che lui avrebbe voluto intitolare a Princesa è diventata, per volontà popolare, Piazza Don Gallo.

Claudio Pesci: In un tuo articolo citavi Calvino: “La città infelice contiene una città felice che nemmeno sa di esistere”. Don Gallo esortava a una responsabilità collettiva e a una democrazia partecipata. È un messaggio ancora attuale?

Megu: Assolutamente. È un manifesto profetico. Oggi come allora, non dobbiamo cedere alla narrazione del dramma totale, ma riconoscere i segni di rinascita portati dal terzo settore e dai cittadini. La partecipazione deve puntare al bene comune, non a piccoli benefici individuali, altrimenti il centro storico inaridisce.

Claudio Pesci: Don Gallo parlava di "nuova convivenza". Io la interpreto come la necessità di una comunità educante. Cosa ne pensi?

Megu: È possibile se la rendiamo naturale e umana, meno strutturata in uffici e più vissuta nel territorio. Nel Ghetto partivamo dai bisogni basici: pulire i vicoli, coordinarci per la spazzatura, organizzare cene di quartiere. Queste azioni spontanee creavano interazione tra nazionalità diverse e facevano auto-formazione. Oggi abbiamo gli strumenti per governare questo spontaneismo affinché non si spenga, ma diventi un processo solido.

Claudio Pesci: Parliamo di paura. Don Gallo diceva che non servono "pacchetti sicurezza" o profeti di sventura, ma una rete solidale. Il "Patto di Sussidiarietà" che state sperimentando a Prè può essere la risposta?

Megu: È un percorso in salita ma è l’unica via. Dobbiamo far sedere allo stesso tavolo soggetti diversi: operatori sociali, commercianti, abitanti e anche le forze dell'ordine. Bisogna superare le ideologie e la tentazione di usare la forza pubblica come unica soluzione ai problemi complessi. Il confronto non deve mai mancare.

Claudio Pesci: Don Gallo diceva: "Ho scelto Gesù... sul suo biglietto da visita c'è scritto: sono venuto per servire, non per essere servito". Tu che gli sei stato accanto, come ricordi questa sua dimensione spirituale?

Megu: Era una spiritualità fatta di accoglienza concreta. Nella canonica di San Benedetto, Don Andrea non ha mai avuto una camera tutta per sé: dormiva in una stanza con altri letti per ospitare chiunque avesse bisogno, dalle persone più "complesse" ai pellegrini. A tavola riusciva a far sedere insieme l'emarginato grave, l'intellettuale, il politico e l'artista. Questa era la sua dimensione di servizio: stare tra le persone, ascoltare ognuno con la stessa intensità.

Claudio Pesci: Per concludere, che visione hai per il futuro del nostro centro storico?

Megu: Lo immagino come un luogo attraversato e vivo, dove la rete sociale sia capace di mantenere il tessuto abitativo. Serve la "città dei 15 minuti", con servizi di prossimità per chi la vive davvero. Il centro storico è "un paese nella città": questo è il suo grande punto di forza da recuperare.


Il Manifesto di Don Gallo (2009)

In chiusura, Claudio legge integralmente l'articolo di Don Gallo:

Italo Calvino scrisse:“la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa di esistere.” Il centro storico e’ il cuore della città Non credo tuttavia ad una situazione drammatica. Ci sono zone degradate e segni di rinascita. Non sarà opera di pochi giorni nè di pochi mesi, ma sarebbe utile ricostruire e diffondere un’ idea di Democrazia partecipata, ispirata a forti valori civili, vissuta con passione e rigore morale. A mio avviso, e’ indispensabile muoversi da una responsabilità collettiva. Sento ancora gravi le ferite subite dallo scandaloso scempio di via Madre di Dio e la metamorfosi speculativa del vecchio quartiere di Piccapietra. Perché non ci fu una rivolta cittadina? Mi accompagna il lieto ricordo di quel drappello che riusci’ a risanare il colle di Sarzana, regalandoci Il nuovo Teatro della Tosse e l’apertura della facoltà di Architettura (sino all’ora inesistente) e il museo Sant’Agostino. Ricordo l’amica, Signora di Campo Pisano e il suo Comitato. Sono numerosi i cittadini che non si sono lasciati prendere dal qualunquismo e anche oggi c’e, ‘ ne sono certo, questa ansia politica per la democrazia che non c’e’. E’ indispensabile tendere a Corpi vitali e non puramente clientelari o partitici, ideologici, statici, tristi, volgari. Orientiamoci verso forme associative, dinamiche e creative. Intanto le Comunità parrocchiali sono una realtà preziosa sul territorio. Tutto ciò e’ possibile, anzi e’ già’ in atto. Il centro storico esige un urgenza da parte di tutti, per fare emergere idee, coscienza e generosità. Più che a strutture e regole esteriori decisamente necessarie, vorrei sollecitare la formazione delle persone per elaborare e diffondere una nuova “convivenza”. A che servono i ripetuti allarmismi? Ci sono tanti cittadini onesti e consapevoli, capaci di generosità e disponibilità che non si lasceranno prendere dallo scoraggiamento. E non si limiteranno a sterili rivendicazioni e a monotone polemiche più o meno intestine e soprattutto non vorranno essere “produttori di paure”. Non sono credibili i profeti di sventura e non risulteranno risolutivi i pacchetti “Sicurezza”. La paura e’ un sentimento che non si può rimuovere. E’ reale e diffusa e non solo nei “caruggi”. Ma la paura interpella, pone domande a cui bisogna rispondere con profondo senso di responsabilità. Quale Città vogliamo costruire? Forse una “Polis” militarizzata? Sogno la mia Genova “augescens” in crescita…che non nega i gravi disagi, le contraddizioni, i pericoli, la criminalità, ma vuol superarli. La politica e’ stare insieme ma senza uno scopo comune non ha senso stare insieme. La democrazia usa le parole giuste che sono il mezzo per decidere insieme. Chiediamo alla Sindaco e alla giunta di amare il dialogo. Chi accetta un rispettoso confronto si rallegra di essere scoperto in errore. Se ci offendiamo (mi rivolgo a tutti) per le confutazioni, siamo fuori dall’etica della democrazia. L’obiettivo prioritario è l’integrazione e non l’esclusione eretta a dogma. L’art.1 della Costituzione. “ l’Italia è una Repubblica democratica” descrive, ma impegna all’azione democratica. Siamo consapevoli della necessità di sicurezza e legalità senza scadere in pesanti e confuse discriminazioni. Vogliamo creare una rete “solidale” e una sinergia con le forze dell’ordine nel rispetto della dignità delle persone, richiamando doveri e diritti per tutti.

Don Andrea Gallo

Comunità San Benedetto al porto