Se ti occupi di educazione, se lavori con gli adolescenti, se sei genitore o semplicemente cittadino, questa puntata può interessarti. Non ti parlo di come gestire i ragazzi, non ti do ricette. Ti propongo uno sguardo diverso — uno sguardo che parte dalla politica, nel senso più alto della parola. Quello che si chiede che tipo di comunità vogliamo essere, insieme a loro.
Ho cominciato a fare questo lavoro negli anni Ottanta, a Genova, durante il mio servizio civile nel centro storico della città. Con un gruppo di persone abbiamo aperto un centro sociale — quello che oggi chiameremmo un antesignano del CAG. Non era nato per contrastare l'eroina, anche se quella era una realtà presente e devastante nel quartiere. Era nato per creare luoghi sani e protetti, per colmare quegli spazi vuoti che le realtà educative esistenti — gli scout, l'Azione Cattolica — non coprivano tutte le giornate. Loro aprivano il sabato. Noi gli altri giorni. E ci siamo coordinati insieme, proprio perché la proposta educativa fosse il più ampia possibile.
Quella storia mi è tornata in mente leggendo un lavoro recente sui Centri di Aggregazione Giovanile — i CAG — e su cosa possono diventare oggi e ho voluto farne questa puntata.
Per decenni abbiamo osservato gli adolescenti attraverso due lenti principali. Quella psicologica — fasi evolutive, cambiamenti, sviluppo. E quella pedagogica — compiti di crescita, modelli educativi, traguardi da raggiungere. Entrambe utili. Ma entrambe con un limite comune: tendono alla generalizzazione. Cercano l'adolescente come se fos se una categoria universale. E più lo cercano, più quella figura sfugge.
Esiste però un terzo sguardo: quello politico. Non nel senso partitico, ma nel senso più alto. Quello di chi si chiede cosa ci stanno dicendo le esperienze degli adolescenti che incontriamo ogni giorno. Cosa ci dicono di noi, della comunità che abitiamo insieme, del mondo che stiamo costruendo.
Il primo gesto di questo sguardo è semplice ma non banale: parlare di adolescenti, sempre al plurale.
Perché di fronte a noi non c'è un tipo umano da catalogare. Ci sono soggettività, storie di vite diseguali, traiettorie che non si sommano. Questo significa avvicinarsi a ciascuno come un'esistenza unica. Non per diagnosticare o classificare, ma per ascoltare davvero. Per fare in modo che quella persona senta — forse per la prima volta — che per questo mondo va bene così come è.
Ma lo sguardo politico non si ferma alla relazione uno a uno. Chiede qualcosa di più ambizioso: costruire comunità. E per costruire comunità ci vogliono luoghi fisici.
Luoghi dove rallentare. Sostare. Semplicemente stare. Ma luoghi accoglienti e non giudicanti, protetti ma aperti al territorio. Luoghi dove la presenza di qualcuno è una sicurezza costante — senza bisogno di appuntamenti o setting dedicati.
È in questo contesto che torna prepotentemente alla ribalta una sigla: CAG, Centri di Aggregazione Giovanile.
Nascono negli anni Ottanta nelle grandi città — Milano, Torino, Bologna, e proprio Genova, che ha avuto fin dall'inizio una sensibilità particolare verso questi spazi. Nascono per creare luoghi sani e protetti, per colmare i vuoti educativi del territorio. La parola chiave era prevenzione: non nel senso di reagire a un'emergenza, ma nel senso di costruire contesti prima che il danno si producesse.
Negli anni Novanta quella logica si arricchisce. È la stagione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, della Convenzione ONU del 1991, della Legge 285 del 1997. I CAG diventano luoghi di promozione, partecipazione, protagonismo. Non più solo prevenire il peggio — ma costruire il meglio possibile.
E poi, nei primi anni Duemila, il declino rapido. Nel 2000 in Italia esistevano 540 centri aggregativi. Nel 2017 ne erano rimasti 40. Le ragioni sono sistemiche: tagli al welfare, risorse dirottate sulla tutela delle fragilità acute. Un sistema che ha smesso di promuovere per concentrarsi solo sul riparare.
Poi è arrivata la pandemia. E con lei la riscoperta brutale di qualcosa che avevamo rimosso con troppa fretta: gli adolescenti hanno bisogno di stare insieme, fisicamente, di persona. Non è un capriccio. È una necessità evolutiva.
Il picco di malessere esploso in quegli anni non è separabile dall'interruzione traumatica delle occasioni di socializzazione. Ma la pandemia ha anche accelerato qualcosa che era già in corso: la mediazione digitale. E su questo vale la pena fermarsi un momento, perché il quadro è più complesso di quanto sembri.
Da una parte, il digitale ha fatto recuperare alla scuola — e non solo — un ritardo di almeno vent'anni. Dall'altra, ha fatto emergere vulnerabilità da parte dei ragazzi che non ci aspettavamo. E qui c'è una cosa che deve farci riflettere: molti stereotipi si sono ribaltati. Chi era brillante, aperto, socievole in presenza si è trovato in forte difficoltà a interagire attraverso uno schermo. Chi invece sembrava svogliato, assente, difficile da raggiungere — in alcuni casi è cambiato, ha trovato un canale che prima non aveva. Non sempre, non in assoluto. Ma è accaduto, abbastanza spesso da non poterlo ignorare.
Questo ci dice qualcosa di importante: che gli adolescenti non sono tutti uguali davanti al digitale, così come non lo sono in presenza. E che i luoghi fisici — gli spazi di incontro reale, tra pari, con adulti in carne e ossa — restano insostituibili. Non perché lo smartphone e i social siano il nemico, ma perché offrono qualcosa di diverso, che nessuna connessione può replicare.
Così si torna a parlare di spazi aggregativi. E qui Genova rappresenta un esempio concreto e positivo: nella città è presente oggi una rete di CAG attivi, segno che quella tradizione non si è mai davvero interrotta, e che c'è ancora una cultura istituzionale e civile capace di sostenere questi presidi educativi.
Ma riaprire uno spazio fisico non basta. C'è un tema che rischia di essere trattato come un dettaglio, mentre è in realtà il nodo centrale: un centro di aggregazione giovanile funziona se c'è un'équipe educativa capace di stare in relazione con gli adolescenti in modo flessibile, creativo, non direttivo. E questa non è una competenza che si improvvisa.
Per anni si è discusso — a volte con una certa ironia — dell'educatore da panchina: quello che sta lì, osserva, lascia fare. L'idea era positiva — non dirigere, non imporre — ma rischiava di diventare una giustificazione per la passività. Un educatore o un'educatrice efficace in un CAG non è chi sta fermo a guardare. È chi sa stare in relazione. Chi interagisce, anima, ascolta. Chi crea le condizioni perché i ragazzi propongano, si appassionino, possano stare davvero tra loro nel gruppo dei pari.
Formare bene educatori ed educatrici richiede tempo, risorse, supervisione continua, spazi di riflessione collettiva. Non basta la formazione accademica. Senza questo investimento, il rischio è aprire porte che restano vuote — o che funzionano finché c'è qualcuno di straordinario, e si sgretolano quando se ne va.
C'è poi un'idea che mi sembra particolarmente feconda: quella del CAG come punto di connessione nel tessuto del quartiere, sul modello delle case di quartiere diffuse che alcune città stanno sperimentando.
Non un servizio isolato. Non è un'isola educativa. Ma un luogo fisicamente riconoscibile e accessibile, che mette in contatto gli adolescenti con la comunità locale — le associazioni sportive e culturali, le biblioteche, i luoghi di produzione artigianale e artistica, le realtà sociali del territorio.
Torniamo allora al punto di partenza. Lo sguardo politico sugli adolescenti non è uno sguardo ideologico. È uno sguardo che prende sul serio la domanda di ogni adolescente: ho un posto qui? Sono accolto o come direbbe Danilo Dolci sono sognato?
E risponde non con un programma già scritto in anticipo. Ma con un luogo fisico. Negli anni Ottanta, nel centro storico di Genova, avevamo capito qualcosa di simile senza avere ancora tutti gli strumenti per dirlo. Che creare un luogo sano, aperto, coordinato con chi già esisteva nel territorio, valeva più di qualsiasi intervento successivo. Che la prevenzione vera non è un pacchetto di attività, ma una presenza costruita nel tempo.
Quella lezione è ancora valida. Anzi, è più urgente che mai. La domanda non è come tenere gli adolescenti occupati. La domanda è che tipo di comunità vogliamo essere con loro.