Nel nostro lavoro, parlo del lavoro sociale, educativo, di comunità, corriamo un rischio costante. È il rischio di non fare tesoro delle esperienze che attraversiamo. Siano esse formazioni teoriche o momenti in cui, come si suol dire, mettiamo davvero le mani in pasta. Spesso ci facciamo travolgere dalla frenesia, dalle scadenze, dalle emergenze che arrivano all’improvviso. Cambiano gli indirizzi, cambiano le priorità, e noi ci troviamo a dover rimettere tutto in discussione, a ricominciare, a inseguire l’urgenza del momento.
In tutto questo correre, io cerco di fare uno sforzo mentale costante: fermarmi a ricordare. Chiedermi: cosa abbiamo costruito in questi anni? Quali passi abbiamo fatto per attivare davvero un processo di sviluppo di comunità?
Questo mio ragionamento oggi va a un’esperienza specifica che sto vivendo a Genova. Un’esperienza intensa, coinvolgente, che si concentra in un luogo: il centro storico di Genova e in particolare nel Sestiere di Prè.
Il contesto e lo strumento: Il Photovoice
Tutto è iniziato nel 2020 cercando di dare una lettura nuova ai bisogni del territorio. Volevamo coinvolgere le associazioni, soprattutto quelle piccole, e gli abitanti. Ma volevamo fare di più: volevamo dare voce a chi, di fatto, l’ha avuta poco o mai.
Il 2023 è stato l’anno di una sperimentazione che porto nel cuore: una ricerca-azione partecipata chiamata Photovoice. Molti di voi la conosceranno, ma vale la pena ricordarne l'origine. È una tecnica nata negli anni '90, ideata da Caroline Wang. La sperimentò in una zona rurale della Cina con donne contadine che vivevano in condizioni di forte marginalità e sfruttamento.
L’idea era semplice quanto potente: usare l’immagine, la fotografia, come linguaggio universale. La foto permette di esprimersi anche a chi ha limiti linguistici o culturali. Ma non è solo una denuncia. Il Photovoice serve a guardare la realtà in modo critico ma propositivo. Non solo "cosa non va", ma "come vorrei che fosse".
Da allora, questa tecnica è stata usata ovunque: nelle scuole, con le persone senza dimora, con le persone migranti. È uno strumento estremamente flessibile. Ed è quello che abbiamo deciso di calare nei vicoli di Prè.
Il percorso a Prè: Formazione e domande
Siamo partiti con un percorso di formazione interna, accompagnati dal Professor Marco Rondonotti. Il nostro primo interrogativo non è stato tecnico, ma relazionale: come poniamo le domande giuste per invitare le persone a produrre immagini?
Rispetto agli anni '90, oggi il problema tecnico è superato. Non servono reflex o competenze fotografiche evolute; abbiamo tutti uno smartphone in tasca. Siamo diventati tutti, in un certo senso, dei produttori di media, capaci di creare artefatti comunicativi in un istante.
Quindi ci siamo concentrati su due domande semplici:
- 1. Come vivo il sestiere di Prè?
- 2. Come lo vorrei vivere?
Abbiamo chiesto a varie persone 3 o 4 immagini accompagnate da brevi didascalie. Ci siamo mossi tra Via del Campo e Via Prè, agganciando i referenti del territorio: i presidenti delle associazioni, il Centro Culturale Islamico, le comunità di migranti. Volevamo un effetto a cascata, che arrivasse a toccare chi di solito resta nell'ombra.
Luci e ombre della sperimentazione
Se devo essere onesto, e in questo lavoro la sobrietà significa anche onestà, i risultati sono stati contrastanti.
Da un lato, la risposta delle associazioni è stata discreta. Dall'altro, non siamo riusciti a raggiungere davvero chi vive più ai margini o è poco visibile. Ad esempio, con le comunità cinese, senegalese o bengalese, nonostante i contatti iniziali e le promesse di disponibilità, le immagini non sono mai arrivate. Forse abbiamo fatto un errore tecnico: abbiamo puntato su Telegram come canale di raccolta, e questo ha creato una barriera.
Però non ci siamo arresi. Abbiamo prodotto locandine in più lingue, arabo, francese, inglese, distribuendole ovunque, dai commercianti ai passanti. Abbiamo lanciato una campagna social che abbiamo chiamato "Frammenti di Comunità".
E qui i dati ci hanno sorpreso. Sebbene le foto raccolte non fossero tante, l’interesse generato è stato altissimo. I post di spiegazione hanno raggiunto picchi di 2000 visualizzazioni. Le persone si fermavano a leggere, guardavano i video di approfondimento. C'era un'attenzione nuova: il territorio capiva che stavamo provando qualcosa di diverso per ascoltare i bisogni della comunità.
Poi è arrivato il momento della restituzione: il "Foto-aperitivo" nel Sestiere e il "World Café". Lì, davanti alle foto esposte e ai pannelli con i commenti degli abitanti, abbiamo creato un scambio proficuo.
Cosa è emerso: I sogni e la realtà
Quando abbiamo chiesto "cos'è per te il Photovoice?", le risposte sono state diverse: convivialità, partecipazione, cambiamento, sfida, sogno. Qualcuno, giustamente critico, ha detto: "Ancora non ho capito a cosa serve". E anche questo è un dato prezioso.
Ma nel merito, cosa volevano le persone?
Sono usciti tre temi forti:
- Il bisogno di ripensare lo spazio umano e incrementare le aree verdi.
- La necessità di vivere le piazze come luoghi di incontro, tra musica e contaminazione interculturale.
- E infine aspetti molto pratici, come la mancanza di bagni pubblici in un centro storico abitato da molti anziani.
Questi desiderata ci hanno confermato che la strada degli Hub di quartiere, delle Case di quartiere diffuse come le chiamavamo prima, era quella giusta. Ci hanno permesso di valorizzare quanto già realizzato e di sognare il futuro.
E arriviamo all'oggi. Piazza delle Marielle è stata finalmente ristrutturata. Avremo un campetto sportivo adiacente alla nostra struttura. Il Comune ha coinvolto nuove realtà, come l'associazione LAMA, per avviare nuovi processi di ascolto e ipotizzare come gestire beni pubblici.
Conclusione: Il rischio dell'Anno Zero
È una notizia positiva, certo. Ma qui arrivo al punto che mi sta a cuore e che vorrei lasciare come riflessione finale.
È fondamentale non disperdere quello che è stato fatto. Accade che quando arriva un nuovo progetto o un nuovo ente, si ha la tendenza a partire “dall'Anno Zero". Si fa fatica a riconoscere i processi già attivati, le fatiche già spese, i legami già creati. Forse noi che ci lavoriamo non sappiamo raccontarlo in modo abbastanza efficace, o forse c'è una difficoltà sistemica nel trasmettere la memoria del territorio.
Collaborare è l'unica via. Il benessere di un sestiere riguarda il Welfare, riguarda l'urbanistica, la casa, il rapporto con il Municipio. È una questione sistemica.
Benvenga dunque ogni nuova sperimentazione, ogni nuova competenza che entra nel centro storico. Ma facciamolo tenendo per mano quello che è stato. Facciamo tesoro dei "Frammenti di comunità" che abbiamo raccolto. Perché lo sviluppo di una comunità non è un evento che inizia e finisce, ma un filo che va tenuto insieme con cura, senza mai spezzarlo.