C'è una frase nell'antologia di Animazione Sociale che mi fa riflettere. «Non siamo immersi nell'ambiente. Noi siamo l'ambiente». Quattro parole che spostano tutto. Perché se sei immerso nell'ambiente, puoi ancora permetterti di guardarlo come qualcosa di esterno, da proteggere o da gestire a distanza. Ma se sei l'ambiente, allora ogni cosa che fai all'ambiente la fai a te stesso. Non c'è distanza. C'è identità.
E da lì voglio partire oggi.
Sigla
Nella puntata diciotto dedicata alle scelte climatiche avevamo ragionato su come facciamo fatica a valutare l'impatto reale dei nostri comportamenti. Oggi voglio fare un passo indietro e chiederci da dove nasce quella fatica. Forse nasce proprio da qui. Da una frattura cresciuta lentamente tra noi e il vivente. Una frattura così progressiva, così ben integrata nelle abitudini quotidiane, che spesso non la percepiamo nemmeno più.
Lo psicologo Ugo Morelli lo dice con chiarezza. Attraverso grandi narrazioni e miti, l'umanità ha proiettato su sé stessa la presunzione di essere sopra il vivente. Da lì è nata una civiltà estrattiva, convinta di poter prendere dalla realtà tutto ciò che riteneva suo. Questa presunzione di essere sopra deve oggi lasciare il posto alla consapevolezza di essere con.
È un passaggio piccolo nelle parole, enorme nella sostanza. Significa riconoscere che la vita non è una proprietà da sfruttare, ma una relazione da abitare. E le relazioni si imparano, o non si imparano. Non esistono fuori dall'esperienza, fuori dal contatto diretto con le cose del mondo.
Il filosofo Günther Anders scriveva che l'umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un'umanità da buttar via. È una frase radicale, ma descrive qualcosa di molto concreto. La cultura dell'usa e getta non è solo un problema di plastica. È prima di tutto un problema di sguardo. Di come ci relazioniamo con ciò che esiste.
Alessandra Viola, divulgatrice scientifica, osserva che nella moderna educazione trascorriamo troppo poco tempo all'aperto. I bambini toccano la plastica molto più spesso delle foglie. Frequentano ambienti costruiti, schermi, superfici lisce, e sempre meno boschi, terra, roccia.
La relazione con il mondo vegetale non è un'aggiunta decorativa al percorso educativo. È parte del modo in cui una persona costruisce il senso di appartenenza al vivente. Educarsi a quella relazione, dice Viola, non è evadere dal mondo. È tornare alla propria origine. E forse è proprio l'aver smesso di frequentarle, le piante, a farci sentire così spaesati.
Questo vale per i bambini, ma vale anche per te. Quante volte, nel tuo lavoro educativo, hai avuto occasione di portare le persone fuori, a contatto con la terra, con il verde, con qualcosa che cresce? Non come gita, non come pausa. Come pratica educativa consapevole.
Don Luigi Ciotti richiama un proverbio degli indigeni d'America. «La terra non è in eredità dai nostri avi, ma in prestito dei nostri figli». Tanto suggestivo quanto disatteso, aggiunge lui.
Viviamo dentro una cultura che pensa ancora la crescita come orizzonte senza confini. L'economia si muove sotto il segno dell'espansione. Ma fino a dove? A spese di chi? A quali costi? Se lasciamo che l'economia diventi mentalità e immaginario, anche il futuro che riusciamo a pensare si restringe. Dobbiamo educarci a vivere in una terra che ci è data in prestito. Non in proprietà. In prestito.
La sostenibilità, in questa luce, non è una questione tecnica. È un'alleanza intergenerazionale. Riguarda il senso di responsabilità verso chi non ha ancora voce nelle decisioni di oggi. E questo interroga profondamente chi lavora in educazione. Quali orizzonti temporali aiutiamo le persone a costruire? Quanto lontano riusciamo a portare lo sguardo, insieme?
Il sociologo Mauro Magatti definisce la sostenibilità come il riconoscimento che tutto è in relazione con tutto. Non c'è prosperità economica senza inclusione sociale. La crescita deve fare i conti con l'ecosistema. L'interesse individuale sta sempre in rapporto col bene comune. La diversità è una ricchezza se sa rispettare il bisogno di identità e appartenenza.
È una definizione che porta già dentro di sé una direzione educativa. Formare persone capaci di riconoscersi parte di un sistema più grande. Non individui isolati che fanno la loro parte. Persone in relazione, dentro contesti vivi. Ed è esattamente il lavoro che si fa ogni giorno nelle comunità educanti, nei centri di aggregazione, nelle scuole che scelgono di non fermarsi alla trasmissione di contenuti.
Carlo Petrini dice che è già tardi per agire, ma che i giovani guardano nella direzione giusta. Bisogna passare all'azione, supplire all'assenza della politica, adottare comportamenti che possano rigenerare un modo di stare al mondo che non è più praticabile. Ridurre gli sprechi, scegliere con più consapevolezza, evitare la plastica monouso. Azioni che sembrano piccole, ma che moltiplicate per milioni di persone cambiano il peso specifico delle scelte collettive.
Non è una chiamata alla colpa. È una chiamata alla responsabilità. La differenza conta. La colpa paralizza, la responsabilità orienta. Siamo una moltitudine di persone imperfette, ma possiamo migliorarci per il bene comune. Ogni azione conta, soprattutto quando non è solitaria.
Noi siamo ambiente. Non è uno slogan. È un punto di partenza. Forse il più urgente che abbiamo.