Bertolt Brecht, in una poesia che si intitola Sulla violenza, scrive più o meno così: “del fiume in piena si dice che è violento, ma nessuno parla della violenza degli argini che lo costringono”.

In questi giorni, in Italia e in Francia, abbiamo visto giovanissimi spaccare vetrine, rubare articolo di lusso e tirare pietre e altro alle forze dell’ordine. Comportamenti sbagliati, che non vanno giustificati. Ma vanno capiti. Oggi provo a riflettere guardando il fiume violento, ma anche gli argini che lo costringono.

Sigla

Lo dico subito, perché non ci siano equivoci: spaccare, rubare, aggredire sono comportamenti sbagliati. Ma c’è una differenza tra giustificare e capire. Capire significa approfondire, leggere, prendere sul serio. E un mondo adulto che si limita a condannare, a punire, o a scegliere da che parte tirare l’interpretazione dei fatti, ha già smesso di fare il suo mestiere.

Io quei ragazzi non li conosco, non li ho incontrati. Faccio il pedagogista: lavoro con gli educatori nei servizi e nei progetti di comunità e attraverso di loro con i ragazzi e con le famiglie.

Quello che posso fare è guardare queste immagini di violenze con gli occhi di chi si occupa di educazione. E mi ha colpito una cosa: nei telegiornali si vede la violenza e quasi nient’altro. Non si racconta cosa chiedono i giovani che erano in piazza, anche quelli che non hanno rotto niente.

E cosa chiedono? Scuole e università che non cadano a pezzi, almeno in certi contesti e in certe aree del Paese. Un mondo più giusto e più vivibile, anche dal punto di vista del clima. E molti dicono no alla guerra, e a un modo di raccontarla per cui chi non vuole spendere sempre di più in armi viene etichettato come uno che vive in mondi paralleli, che non capisce. Sono richieste, non capricci. Magari espresse in modo sbagliato, ma sono richieste.

In ogni piazza c’è una maggioranza pacifica e c’è una parte violenta minoritaria. Succede quasi sempre. Genova 2001 sappiamo cosa è successo, è un monito. E se ci limitiamo a pesare la giusta dose di violenza e la giusta dose di condanna, abbiamo già perso, come società, prima di cominciare.

Mettere tutti nello stesso calderone è un errore, anche educativo. Chi ha manifestato pacificamente va riconosciuto. E chi ha sbagliato deve rispondere di ciò che ha fatto, ma con un percorso: recuperare l’errore, non solo pagare il conto. E se si usa il metodo del pagare il conto, beh la lista è lunga, iniziamo da chi sta inquinando il pianeta o sta facendo profitti assurdi.

E qui torna il fiume di Brecht.

Quando un fiume esce dagli argini, la prima reazione è dire che è pericoloso e va fermato.

Un educatore si chiede un’altra cosa: da quanto tempo quel fiume è stretto? Chi ha costruito quegli argini? Cosa trova un giovane quando cerca spazio per crescere? Una scuola che cade a pezzi, un quartiere senza luoghi di incontro, adulti che discutono tra loro solo per litigare.

Vi lascio una domanda. Davanti a un ragazzo con il cappuccio in testa e una pietra in mano, possiamo chiederci come punirlo. Oppure possiamo chiederci chi, in tutti questi anni, lo ha davvero ascoltato.

Non ho ricette. Ma credo che la seconda sia la domanda da cui partire senza esonerare nessuno dalle responsabilità.

Nella prossima puntata parleremo di noi adulti: di come ci guardano i ragazzi, e di come ci comportiamo tra di noi. A presto.