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C’è un posto, nel cuore del centro storico di Genova, che per anni è rimasto in silenzio. Era lo spazio del “Kilt”, una vecchia tavola calda che per decenni ha nutrito i cittadini in Piazza San Matteo. Oggi quel silenzio è stato interrotto.

Quel vuoto è diventato un foglio bianco su cui i giovani di Young Caritas stanno scrivendo una storia nuova. Non è un bar, non è un ufficio e non è semplicemente un centro sociale. È uno spazio ibrido dove non si compra e non si vende nulla, ma dove si costruiscono relazioni, cultura e cittadinanza.

Si chiama “Quasi Casa”. In questa puntata, insieme a Matilde Celli, entreremo tra quelle mura per capire cosa significa rigenerare un territorio partendo dall’ascolto e scopriremo perché, a volte, quel  “quasi” fa tutta la differenza del mondo.

Claudio: Buongiorno Matilde, grazie per aver accettato l'invito al podcast Connessioni Educanti.

Matilde: Buongiorno, grazie a te.

Claudio: Allora Matilde, oggi è il 12 marzo 2026 che, se non sbaglio, è un mese esatto da quando avete inaugurato l'esperienza di questa nuova casa di quartiere che si chiama Quasi Casa. Già dopo questo mese di esperienza, cosa ti viene in mente a caldo?

Matilde: Mi viene in mente un po' la parola, forse, "costruire". Pian piano stiamo costruendo questo spazio proprio anche visivamente; già qualcosa è diverso. Da una settimana abbiamo fatto la bacheca con gli eventi e abbiamo già una fitta rete di appuntamenti settimanali, quindi mi viene da dire che stiamo iniziando a costruire, ma molto, molto lentamente... diciamo per gradi.

Claudio: Ecco, se non sbaglio, intanto è bene ricordare che questo spazio, questa nuova casa di quartiere, è nata dopo due anni di lavoro. Questi spazi, che si trovano in Piazza San Matteo, erano — se non erro — del vecchio Kilt...

Matilde: Esatto, sì. Era un servizio mensa, un self-service molto apprezzato dai cittadini perché aveva dei prezzi bassi, e che poi però ha chiuso, ha fallito nel 2017. Tutto il palazzo appartiene alla Diocesi e lo spazio dove c’era l’ex Kilt è dato in concessione alla Caritas. È successo che questo spazio è rimasto inutilizzato per tanti anni e il direttore della Caritas, in modo abbastanza lungimirante insieme al gruppo della Young Caritas, si è chiesto cosa potesse esserci qua, cosa potesse esistere.

Hanno pensato a un nuovo modello di spazi che si contrapponesse nettamente al modello standard dei servizi Caritas che a tutti vengono in mente — quindi la mensa, i dormitori — che per carità, sono servizi che hanno una loro funzione, ma che sotto molti punti di vista sono limitanti perché a volte un po’ stigmatizzanti. Sono un po’ fini a se stessi: la persona va, viene aiutata e basta. Riceve un aiuto, ma si può dire che non viene "capacitata", cioè non le vengono dati molti strumenti.

Invece il direttore ha avuto l’idea di pensare a uno spazio che potesse essere qualcosa di più, che potesse andare oltre questa visione monolitica dei servizi. Allo stesso tempo, volevamo andare incontro al fatto che l’impegno di volontariato attivo dei giovani, anche nell’ambito della Caritas, stesse diminuendo. Il tipo di impegno che ogni giovane dedica al volontariato magari smetteva di essere totalizzante; c’era bisogno di un nuovo modello di spazio che potesse permettere ai giovani di vivere gli ambienti dedicandosi al volontariato in modo un po’ diverso.

Claudio: Ecco, tu infatti prima hai citato Young Caritas. Dal nome si capisce chiaramente il riferimento ai giovani, ma hai voglia di spiegare un attimo questa realtà che, peraltro, se non sbaglio è nazionale e non riguarda solo la Caritas diocesana di Genova?

Matilde: Esatto, sì. È un po’ l’ala giovane che vuole cercare di dare un punto di vista nuovo all'interno della Caritas, portando dei progetti molto legati al territorio. Ogni territorio è diverso, quindi a livello nazionale viene declinata in ogni città secondo i bisogni e le esigenze locali. Qua a Genova segue diversi progetti, tra cui appunto questo di Quasi Casa che, come dicevi te, ha proprio l'obiettivo di dire: "facciamo che sia un posto creato da persone giovani per persone giovani".

Questo non vuol dire che le persone anziane non ci possano entrare, anzi, è il contrario: puntiamo sull'intergenerazionalità. Però vogliamo che lo spazio sia gestito proprio dai giovani. La Caritas chiaramente è anche un'istituzione, quindi molto spesso il target d’età è un po’ avanzato; qui volevamo invece lasciare spazio ai ragazzi.

Claudio: L'impressione che ho io è che non sia una realtà calata dall'alto, ma creata da un gruppo di giovani con un percorso di due anni.

Matilde: Esatto.

Claudio: Se dovessi sintetizzare questo percorso di due anni che ha portato alla realizzazione di Quasi Casa... e poi, se ti va, spiegami il perché del nome. Come mai vi è venuto in mente?

Matilde: Eh sì, sul nome ci sono un po’ di cose da dire. Riguardo al percorso, io per esempio non sono arrivata dall’inizio, quindi lo racconto come mi è stato riferito: è un cammino dove le persone sono entrate passo dopo passo, ognuna in momenti diversi. Il progetto è nato circa due anni e mezzo fa da Young Caritas. Si è iniziato a pensare a questo spazio, ci sono stati lavori di ristrutturazione molto lunghi e poi il percorso è fiorito grazie a due collaborazioni interessanti.

La prima con una professoressa dell’Università di Genova, la professoressa Migliorini di Scienze e Tecniche Psicologiche.

Claudio: Sì, la conosciamo molto bene, è molto attiva. Poi ti racconterò.

Matilde: Lei ha mobilitato i suoi studenti per fare una prima ricerca sociale sul quartiere, indagando i bisogni delle persone che lo vivono e iniziando a proporre delle idee. Quella è stata la prima collaborazione, quando ancora non c'era un gruppo di volontari così attivo. È stato bello vedere una docente che si occupa di Psicologia di Comunità collaborare così.

Un'altra collaborazione è stata quella col professor Luca Andorlini dell'Università di Firenze, che insegna al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Lui ci ha formato sugli spazi ibridi, che è il tema principale del nostro progetto: uno spazio non predefinito, ma in continua trasformazione. Ci ha dato spunti su come cambiare modello e modalità di pensiero.

Parallelamente si è creato il gruppo di volontari e, forse, una delle cose più importanti è il progetto dell’unità di strada, che è un po’ l’inizio di tutto. In realtà è nato da due persone esterne, due signori che dopo il Covid hanno coinvolto delle signore che tutte le domeniche sera cucinavano per loro, e hanno deciso di preparare da mangiare anche per le persone senza fissa dimora a Genova. Poi c'è stato il collegamento con Young Caritas, per cui è nato un vero gruppo di volontari giovani.

Il cibo è chiaramente necessario per chi vive in strada, ma è anche un pretesto, uno strumento per instaurare una relazione, che spesso è il bisogno più importante. È un’attività di gruppo anche per noi, per conoscerci. Presto questa attività si sposterà qui a Quasi Casa; ora i pasti vengono preparati nella sede della Caritas. C'è poi la dimensione di advocacy: andare in giro, vedere le situazioni e riportarle alle istituzioni è fondamentale.

Claudio: Assolutamente. Senti, per entrare nel vivo dell'esperienza: chi varca la soglia di Quasi Casa? E soprattutto, in questo mese, qual è stato il momento in cui hai detto: "Ecco, è esattamente per questo che abbiamo aperto"?

Matilde: Chi varca la soglia? Tutti e tutte. Chiunque.

Claudio: Perché siete sempre aperti?

Matilde: Sempre no. Per ora dal lunedì al venerdì, dalle 9:00 alle 18:00.

Claudio: È già un bel lasso di tempo.

Matilde: Soprattutto perché sono orari in cui spesso non ci sono tanti posti aperti dove stare o studiare senza dover consumare. La nostra idea era: "c'è un posto accessibile dove puoi andare anche solo per farti un tè caldo o parlare con un amico".

Claudio: Questo è molto peculiare come sfida pedagogica. Offrire un luogo dove non si compra e non si vende... penso spiazzerà chi arriva. È un'impressione tua o viene naturale?

Matilde: Dobbiamo ancora capirlo bene. Chiaramente non siamo abituati. Penso anche a Genova: non si è tanto abituati agli spazi comuni. I genovesi hanno il loro carattere... non si è abituati a stare insieme o ad avere tanto spazio. Questo è un salone molto grande e già stare in un posto ampio ti apre la mente.

Vorremmo che fosse uno spazio attraversato da tutti, unendo mondi che fuori non si incontrerebbero mai. Spesso viviamo in palazzi dove non conosciamo i vicini; qui vorremmo che una persona senza fissa dimora non sia "solo" quello, ma tutto ciò che è oltre la sua condizione. Vorremmo che la dimensione culturale e quella sociale si incontrassero. La cultura è uno strumento di capacitazione enorme, ma spesso è un privilegio invece che un diritto. Per noi "cultura" è anche imparare un ballo tipico o fare un laboratorio di cucina.

Claudio: Ma i giovani che partecipano sono tutti legati al mondo Caritas o cristiano, oppure c'è apertura?

Matilde: Assolutamente no, c'è massima apertura. Molte persone che vengono non hanno legami di fede. Non presentiamo lo spazio come confessionale. C'è un legame con la Caritas che ne è proprietaria, ed è importante dire che la Caritas stessa si fa portatrice di questo cambiamento, ma non vogliamo che sia una barriera. Non mettiamo test all'ingresso.

Claudio: Il quartiere, i residenti, i commercianti... come l'hanno vista?

Matilde: Il percorso sta continuando, c'è tanto da fare. Abbiamo un gruppo di signore anziane "fidate" che ci hanno aiutato moltissimo anche con i lavori prima dell'inaugurazione. In generale è stata presa bene. Qualcuno era perplesso o preoccupato per la possibile confusione; uno spazio sociale fa sempre un po' paura, ma direi che sta andando bene.

Claudio: Sai che nel centro storico esiste un progetto di comunità articolato nei vari sestieri, come a Prè, via del Campo e nel Ghetto. Si stanno costruendo spazi simili. Vedi possibili collaborazioni?

Matilde: Sì, questo posto nasce proprio dall'ispirazione delle Case del Quartiere, in particolare quelle di Torino.

Claudio: Guarda, sfondi non una porta aperta, ma un portone!

Matilde: Esatto! Abbiamo due case di quartiere molto belle anche a Genova, ma per legami pregressi siamo andati a conoscere il modello torinese. Sono otto case, tutte diverse, e ognuna si connota in base ai bisogni del territorio. La nostra fonte di ispirazione è il fatto che siano riuscite a diventare una rete. Essere in rete non ha diminuito il loro potenziale, l'ha aumentato. Ognuna rafforza l'altra. Ci piacerebbe portare questo spirito qui: legare spazi diversi, supportandoci invece di farci la guerra.

Claudio: È bellissimo quello che dici. Senti, tornando alle persone senza dimora: collaborate anche con l'unità di strada?

Matilde: Sì, come dicevo l'idea è di spostare qui la preparazione dei pasti. Abbiamo una cucina bellissima, grande e nuova. L'idea è partire da qui la domenica sera per la distribuzione e invitare poi le persone incontrate per strada a venire a trovarci durante il giorno.

Recentemente abbiamo fatto una bellissima attività con una classe del Liceo Klee Barabino: tre giorni sulla rigenerazione urbana e le nuove povertà. Abbiamo chiesto a questi ragazzi di 17-18 anni cosa sognano per questo spazio. L'ultima giornata si è conclusa con una "colazione di quartiere" insieme agli ospiti di un dormitorio Caritas. Ha funzionato benissimo! Il cibo è uno strumento creativo e vogliamo replicarlo. I ragazzi sono stati in gamba, hanno cucinato e ci regaleranno qualcosa per l'arredo che costruiranno loro, essendo studenti di Scenografia.

Claudio: Se dovessi spiegare a ragazzi di altre città come si sogna e si costruisce una "Quasi Casa", cosa diresti?

Matilde: Direi di trovare momenti per stare insieme anche nelle difficoltà, perché è faticoso. Di stare "in mezzo", di incontrare le persone intorno allo spazio che si vuole aprire. Non bisogna fare "copia e incolla" di altri modelli, ma ascoltare il posto dove si è.

Claudio: Hai detto tanto. Raccontaci brevemente lo spazio fisico per chi non lo conosce.

Matilde: Siamo in Piazza San Matteo, pieno centro storico. C'è un grande salone che stiamo arredando pensando alla trasformazione: gli spazi devono essere flessibili e mobili. Vogliamo che sappia di "casa" (e qui torna il nome): ci sono divanetti, libri, sedie. Poi c'è la cucina, che vorremmo usare per progetti di reinserimento lavorativo con le cooperative. E infine la Sala del Silenzio, un'aula studio o lavoro libera, perché a Genova mancano spazi simili che non siano strettamente universitari.

Claudio: Ultima domanda per la mia "cassetta degli attrezzi": cosa lasceresti come strumento o suggestione di questa esperienza?

Matilde: Un foglio di carta bianco. Per scrivere o disegnare. Mi piace perché questo spazio era un foglio bianco quando sono entrata. Ed è ancora un po' bianco, volutamente vuoto. L'idea è lasciare del vuoto perché possano succedere cose, senza decidere tutto a priori con liste fitte di eventi. Serve margine.

Claudio: Bellissimo strumento. Prima di salutarci, ti segnalo che a giugno (credo il 12) ci sarà un convegno con l'Università, la Fondazione Auxilium e la cooperativa Il Melograno per immaginare una casa di quartiere nell'ex scuola San Giuseppe di Prè. Sarà coinvolto anche Andorlini. È un edificio enorme, ci vorranno risorse, ma le suore sono motivate. Volevo dirtelo per il discorso della rete.

Matilde: Verremo con molto entusiasmo! È una bella notizia che nascano altri posti. Sul nome Quasi Casa, chiudo dicendo che l'abbiamo scelto perché vogliamo che chiunque si senta "quasi a casa", in un clima di familiarità e benessere.

Claudio: Grazie mille Matilde per queste bellissime parole.

Matilde: Grazie a te.