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Ci sono luoghi che, per decenni, sono rimasti in silenzio, nascosti tra la vegetazione e la memoria dimenticata della nostra città. Uno di questi è Forte Tenaglia: un gigante di pietra che domina Genova, nato per difendere e rimasto a lungo isolato. Ma oggi, quel silenzio è stato interrotto da una voce diversa.

In questo episodio, saliamo fin quassù per incontrare Giacomo D’Alesssandro, dell’Associazione La Piuma. Non parleremo di restauro o di storia militare; parleremo di come una “follia” visionaria possa trasformare un ex avamposto di guerra in una casa famiglia, in un laboratorio di biodiversità e in un punto di incontro per chi cerca un modo nuovo di abitare il bene comune.

Dalle camminate pedagogiche alla sfida di “fare rete” in una città complessa come la nostra, vi invito a scoprire come la solidarietà possa avere fondamenta di roccia e ali di piuma. Un ascolto dedicato a chi crede che ogni confine, anche il più rigido, possa diventare un punto di incontro.

— Sigla —

Claudio: Buongiorno Giacomo e grazie per aver accettato di partecipare al podcast Connessione Educanti.

Giacomo: Volentieri, grazie a te.

Claudio: Allora, senti Giacomo, la prima cosa che ti chiedo... ci troviamo in un posto che toglie il fiato, il panorama colpisce veramente. Io però, di fatto, non so chi sia stato a fondare questa realtà. Mi vuoi raccontare un po'?

Giacomo: Il Forte Tenaglia è uno dei forti della cinta muraria di Genova. Forse è uno dei più grandi e, paradossalmente, uno dei meno conosciuti perché è rimasto abbandonato e sepolto dagli infestanti per quasi 60 anni. Anche per chi, come me, è cresciuto nel quartiere qui dietro (San Teodoro), era un posto di cui non si sapeva nemmeno il nome.

Intorno al 2009, un’associazione nata nella parrocchia di San Rocco di Principe — La Piuma — ha preso in gestione il luogo. L'associazione era nata prima del 2006 con Don Renzo Ghiglione e un gruppo di persone legate a pratiche di solidarietà. Il loro motto è: "Non dimenticate l'ospitalità, alcuni praticandola hanno accolto degli angeli senza saperlo". L’associazione si è consolidata attorno alla scelta di Emilio e Laura di fare della loro vita una casa famiglia, accogliendo minori in affido oltre ai loro figli.

Claudio: Ma la casa famiglia è nata contestualmente con Forte Tenaglia o esisteva già prima?

Giacomo: Esisteva già prima, qui a Granarolo e poi nel parco del seminario maggiore. A un certo punto è stata fatta questa "follia": individuare questo luogo gigante abbandonato e avere l’ardire di prenderlo in concessione per ristrutturarlo, metterci la casa famiglia e usarlo come strumento per l'associazione. Era un'operazione rischiosa; basti pensare al Forte Begato, restaurato con milioni di euro pubblici e poi vandalizzato perché mancava un piano di gestione. Al Tenaglia, invece, un funzionario illuminato del Demanio ci ha dato fiducia. Oggi l'associazione conta circa 70 soci e molti volontari, inclusi gruppi scout e ragazzi in carico a cooperative.

Claudio: Un altro progetto interessante che citavi è quello legato alle misure alternative.

Giacomo: Esatto. Grazie a Silver (il papà di Emilio), accogliamo persone in messa alla prova. Lavoriamo insieme due mattine a settimana: volontari e persone in misura alternativa si mescolano così tanto che non si sa più chi è lì per cosa. Questo aiuta a non sentirsi sotto un’etichetta, ma parte di un bene comune.

Claudio: Senti, tu sei parte dell’Associazione da subito, ma cosa ti ha spinto a vivere proprio qui? E poi so che tra le tue passioni c’è quella del camminare... direi una camminata pedagogica (lo dico da pedagogista, metto sempre il "bollino"). Questo ambiente ha stimolato questa dimensione?

Giacomo: Io mi sono associato a 17 anni, ero attivo in parrocchia a San Rocco e quella realtà mi affascinava. Quando è arrivato il Forte, avere le chiavi di un posto simile a vent'anni per fare lavori edificanti è stato un pretesto bellissimo.

Riguardo al cammino, ho approfondito i "cammini sociali" anche nella mia tesi di magistrale. Negli ultimi vent'anni abbiamo riscoperto il camminare come ricerca esistenziale. Spezzare la routine quotidiana in natura permette di mettersi in discussione. Il Forte è una "cerniera" tra città e natura, un luogo attivante e accessibile che permette di ricostruire comunità.

Claudio: Arrivando si vede sventolare la bandiera della pace in quello che era un forte militare. Simbolicamente, questo percorso di costruzione di comunità in un luogo di guerra ha un valore aggiunto?

Giacomo: Assolutamente. Non vogliamo essere restauratori di un museo del passato, ma "risignificare" il luogo. Come il Sermig di Torino: un luogo nato per la guerra diventa accoglienza. Stiamo anche creando una rete con altri forti gestiti da associazioni (Puin, Begato, Santa Tecla) per condividere valori come il volontariato e la cultura.

Claudio: Riguardo alla casa famiglia, come funziona? Che età hanno i ragazzi?

Giacomo: È una struttura legale dove una mamma e un papà, entrambi educatori professionali, hanno i loro figli e fino a quattro posti per l'affido dal Tribunale dei Minori. Copriamo tutto il range: dalla neonata di quattro mesi al ragazzo che ha superato i 21 anni. Il supporto dell'associazione e dei volontari è fondamentale per seguire i percorsi individuali di ognuno.

Claudio: Per quanto riguarda la manutenzione, è un lavoro collettivo aperto a tutti?

Giacomo: Sì, è tutto vincolato dalla Soprintendenza, quindi servono progetti di architetti, ma la manutenzione ordinaria la facciamo noi, specialmente il sabato mattina. Chiunque può venire ad aiutare: staccionate, fiori, apiario didattico. Insegniamo ai bambini a riconoscere i segni del cambiamento climatico e il valore della biodiversità.

Claudio: Tu da qui domini la città, ma la vivi anche nel centro storico. Sei un ciclista... come vedi Genova in prospettiva?

Giacomo: Genova è sorprendente, ha potenzialità ambientali enormi ma è spesso guardata con gli "occhiali di 40 anni fa". Sento ancora dire che "non è una città per biciclette", quando in realtà non è una città per le macchine (che sono diventate dei carri armati). Manca una visione generazionale che unisca le varie parti della città, ma il ritorno alla partecipazione dei giovani mi rincuora.

Claudio: Se dovessi immaginare questo posto tra tre anni, cosa vorresti aver raggiunto?

Giacomo: Il forte è su tre livelli. Vorrei che fossero tutti pienamente accessibili. Sogno un'associazione di "secondo livello" che inglobi altre realtà per creare lavoro sano: educatori ambientali, punti di ristoro per escursionisti, spazi per studiare. Un polo di riferimento sociale e verde a due passi dal centro.

Claudio: Per chiudere, ti chiedo di donare un "attrezzo" ideale o concreto alla nostra cassetta degli attrezzi.

Giacomo: L'attrezzo è desiderare di fare rete come atteggiamento interiore. A Genova siamo bravi a dividerci o a pensare che gli altri sbaglino. Un mio maestro diceva che dobbiamo imparare a "saper godere del bene che fanno gli altri". Se facessimo questa conversione interiore, saremmo più sereni e capaci di creare alleanze forti.

Claudio: Grazie Giacomo per quello che ci hai raccontato, è stato molto interessante.

Giacomo: Grazie a te.